the district sleeps alone tonight

"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

oggi
giugno 2006
maggio 2006
marzo 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005

a gentile richiesta
addicted to the 80s
boogie nights
danzare di architettura
live baby live
multisala lumiere
not a job
simple props to occupy my time
transatlanticismi
useless infotainment

books:
Chuck Palahniuk - Invisible monsters
Bret Easton Ellis - Le regole dell'attrazione
Don DeLillo - Underworld
CDs:
The Futureheads - News and tributes
Armor for Sleep - What to do when you are dead
Built To Spill - Keep it like a secret
Silent Drive - Love is worth it
AC/DC - Back in black
movies:
Donnie Darko
Eternal sunshine of the spotless mind
Lost in translation
The Life Aquatic with Steve Zissou
Sin City

layout © lysanda
host © splinder
template © template x tutti



I adopted a cute lil' emo fetus from Fetusmart! Hooray fetus!

mercoledì, 28 giugno 2006

ego vs. emo 2-1

un po’ perché l’autopromozione non guasta mai, un po’ perché siamo una finta indie band che aspetta solo l’occasione per sputtanarsi a dovere (e possibilmente prendere a calci in culo i negramaro durante il procedimento) e un po’ perché il fotografo ha fatto decisamente un bel lavoro… su questo flickr c’è una gallery dell’ultimo festival a cui abbiamo partecipato.
(sembra quasi una cosa seria.)
p.s.: sono pienamente cosciente del fatto che la mia credibilità indie viaggi già da tempo su un terreno molto scivoloso e che quanto ho detto prima non aiuti molto.
procedo pertanto a darle il definitivo colpo di grazia nonché dignitosa sepoltura.
perché dopo la splendida notizia che i Cult hanno annullato la stramaledetta unica data italiana, ho le palle che potrebbero tranquillamente gareggiare con un minipimer.

it's a shame about moonman157
13:00 / p-link / simple props to occupy my time / commenti (7)

venerdì, 09 giugno 2006

and so it is

e quindi questo sarebbe l’inizio dell’estate. francamente, non è che a guardarla da fuori sia molto differente da un settembre qualsiasi, meteorologicamente parlando.
ho portato la bici a fare il solito check-up annuale più per tradizione che per necessità impellente di utilizzarla, e tornare a casa stretto nelle spalle, la zip della felpa chiusa fino al collo e canticchiando Mad World faceva un effetto vagamente straniante.
(il bagno bahamas decide di provare l’impianto audio nel momento in cui passo lì di fronte, dalle casse esce una qualsiasi canzone r’n’b – per me sono tutte intercambiabili – con un rumore di woofer slabbrati e un volume da rave. le palme finte ondeggiano, i baristi girano fra i tavoli vuoti, il tramonto sfuma sul grigio piuttosto che sul rosa e i tre secondi che mi invadono la testa e le orecchie – proprio mentre sto arrivando a the dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had – sembrano un blocco di piombo che rotola sulla strada col sapore della festa finita, invece che di quella che sta per cominciare.)
mi torna in mente quello che avevo scritto qui, e mi accorgo che alla fine i mesi sono volati e adesso qualcuno ci sta nuovamente spingendo la scenografia dietro le spalle… anche se per alcune cose ho la sensazione di non essermi affatto mosso. anzi, ad essere precisi mi sembra di essermi mosso seguendo una scia di punti luminosi, saltando da uno all’altro, sovrapponendo un calendario logico e razionale di lavori e scadenze con uno totalmente istintivo e irrazionale di partenze e ritorni, tre-quattro giorni al mese con la testa fuori dall’acqua a riprendere fiato e poi giù di nuovo, nell’attesa del prossimo decollo.
e adesso che non c’è più in previsione nessuna partenza e nessun incastro, sta’ a vedere che il momento che ho aspettato per mesi non arriva con un esplosione e luci colorate, ma con un sussurro e un po’ di brividi.
(beh, andrebbe bene lo stesso.)

it's a shame about moonman157
11:50 / p-link / transatlanticismi / commenti (2)

venerdì, 26 maggio 2006

allora

inizia così.
un mercoledì sera qualsiasi verso la fine di marzo vi fate prendere dall’impeto e decidete che no, non si può andare avanti senza uno straccio di cd fatto seriamente. di conseguenza, il weekend successivo viene dedicato ad aggiornare il sistema operativo del computer, installare un software di registrazione decente e poi, nella migliore delle ipotesi, a mettere giù le tracce della batteria.
nella migliore delle ipotesi” si traduce velocemente in “la prossima settimana” quando all’ennesimo crash del sistema decidi che il prossimo che ti consiglia di passare al mac perché non si pianta mai lo prendi affettuosamente a calci in culo.
i lavori procedono spediti, quattro ore a testa, un’etica del lavoro che non consideravi possibile. inizi a scattare foto un po’ per documentare tutto il procedimento, un po’ per non addormentarti.
la tentazione si fa avanti subdola, prima è un’idea che si annida dietro la testa e poi poco alla volta si fa sempre più presente: sta venendo tutto abbastanza bene, perché non andare a registrare le voci e fare il mixaggio in uno studio serio?
(già, perché?)
e così la settimana successiva ti ritrovi a cuffie in testa davanti a un microfono da tremila euro. hai quasi paura ad avvicinarti o urlare troppo, hai quasi paura che sottolinei ogni singola imperfezione… no, aspetta. hai paura. una paura fottuta e basta.
tutto sommato si scioglie in fretta. quando senti il risultato ti ritrovi a farti palleggiare dal dubbio, indeciso se pensare che con gli anni hai smesso di fare il perfezionista o se invece è andato tutto liscio e rilassato come sembra (o una combinazione delle due).
vi guardate in faccia mentre ascoltate le tracce nude e crude. ok, si mixa e via. quanto ci vorrà mai, sono quattro canzoni…
(già, quanto ci vorrà mai?)
dopo due settimane la pazienza inizia a scarseggiare. la vita che fai è alzarti, andare a lavorare, uscire alle 18, chiuderti in studio senza passare da casa e senza cenare, sentirti dire “a mezzanotte abbiamo finito”, uscire dallo studio alle 2 quando va bene. non vedere la luce del sole. sentire lo stesso brano per ore di fila. valutare se è meglio il riverbero campionato in una cattedrale o quello del cestello della lavatrice. scegliere se filtrare la voce in un citofono piuttosto che in un telefono piuttosto che in un megafono piuttosto che in un sailcazzocosafono.
non sarebbe un problema enorme, se non fosse che nel frattempo, di giorno, la tua vita va avanti. bastano due telefonate a metterti di fronte all’idea che metà del progetto che hai meticolosamente steso nei mesi precedenti sparisce con un rumore di sciacquone. quindi quelle ore fra le 8 e le 18 le passi davanti a tonnellate di libri e articoli, ad inventarti un’idea nuova, a incastrarla in quello che hai già fatto e poi a rimirarla pensando “ehi. funziona”.
nel frattempo, ti accorgi che ti piacerebbe diventare d’acciaio. almeno avresti una scusa decente per le stronzate che spari alle persone che ti circondano. invece così ti ritrovi ad allontanare nel giro di una settimana tre delle persone che ritenevi fondamentali senza nemmeno accorgertene. ci vorrà un’altra settimana per recuperarne una. ci vorrà un mese per recuperarne un’altra, e una serie di tocchi di diplomazia e di psicologia sociale da parte di chi vi circonda.
(al momento la terza risulta ancora dispersa, le previsioni non parlano di schiarite ma sei abbastanza ingenuo/stupido/sailcazzocosa per pensare che sia semplicemente una pausa fisiologica e che alla fine, quando si abbassa il polverone la traccia di punti luminosi resta visibile.)
ah. ovviamente il tempo continua a scorrere. il che non sarebbe una cosa preoccupante in sé e per sé, se questo non significasse che qui, signore e signori, è ufficialmente arrivata l’estate. riprendi il tuo sgabello al Bodeguilla come se nulla fosse, riprendi la vita dei weekend in cui dormi meno che durante i giorni di lavoro. un sabato mattina ti svegli in macchina col cellulare che suona, sono le 9.37 e qualcuno ha pensato che fossi morto (mentre invece eri solo parcheggiato).
tutto questo ricade ancora nel famoso frattempo di cui sopra. già, perché parallelamente la vita da doppio lavoro non è finita. ci vogliono ancora ore, poi giorni, poi un paio di settimane per arrivare a mettere le mani su un dischetto argentato che porta stampate le parole “fine (e che cazzo)”.
un po’ alla volta, la vita ricomincia a sembrare normale. riesci a organizzare un altro volo verso l’impero britannico, altri quattro giorni in cui riprendere a respirare normalmente. anche se piove e c’è un vento che neanche a trieste, anche se la cattedrale di Canterbury continui ad averla vista solo dall’esterno, anche se quando sali sul London eye non si capisce se attorno il sole stia tramontando o no. sinceramente, non importa. c’è altro da vedere e sentire.
un po’ alla volta, il lavoro ricomincia a sembrare normale. spedisci una mail a un nome che avevi sempre e solo letto nei libri, e quel nome ti risponde dopo tre giorni. giusto per dirti che sì, ok, ti aspettiamo qui in Kansas il prossimo ottobre. non hai più una paura fottuta adesso.
una sera torni a casa e riapri il browser a un indirizzo di cui ti eri un po’ dimenticato. ops. non ti eri accorto che – sempre in quel famoso frattempo – ti era sparita la voglia di scrivere. qualcuno ti fa notare che così non si fa.
è notte inoltrata, hai passato la sera fra un paio di mojito, un dvd di un concerto e discorsi troppo seri per essere giovedì. ti risuonano ancora nelle orecchie le parole che hai canticchiato fino a qualche minuto prima.
Listening to you I get the music
Gazing at you I get the heat
Following you I climb the mountain
I get excitement at your feet
fai due più due con i messaggi che hai letto da poco, e improvvisamente i conti tornano. pensi a qualcuno che ti dice che si vede quando fai qualcosa che ti piace, e sorridi. pensi anche a quel dischetto argentato, e sorridi. qualcosa fa click.
non so se ripassa qualcuno, ma direi che mi siete un po’ mancati.
 
P.S.: il frutto delle mie ore di sonno mancate adesso è qui. attendo di essere sbeffeggiato.

it's a shame about moonman157
01:47 / p-link / simple props to occupy my time, a gentile richiesta / commenti (8)

lunedì, 20 marzo 2006

V per Vendetta (James McTeigue, 2006)

Image Hosted by ImageShack.us

torno al cinema dopo settimane di pausa. e passo due ore seduto in sala con una domanda che mi ronza in testa.
“perché?”
la visione del suddetto film mi ha lasciato un po’ – come dire – scisso, e l’unico modo che ho per venire a patti con la mia schizofrenia di fondo è risolverla così.
recensione 1 (non sai chi è Alan Moore, i fumetti sono roba da bambini):
V per Vendetta cammina su una linea sottile e scivolosa, la stessa che praticava il primo Matrix. quella linea sottile e scivolosa che sta tra il film d’azione e il film che ti fa pensare. e così, tra le esplosioni che scuotono una Londra livida e quasi repellente, si insinua una riflessione più ambigua sulla perdita delle libertà civili e su quello che può essere considerato legittimo per riconquistarle.
un frullato di 1984 e Fahrenheit 451 rovesciato distrattamente tra lanci di pugnale e sequenze in bullet time, un antieroe mascherato che sotto il mantello e la maschera porta un’idea concreta e un carico di paranoie da fare invidia a Batman.
V per Vendetta non è fatto per piacere al pubblico della domenica sera, è fatto per prenderlo in giro. perché lo trascina col solito trucco nel solito posto, solo per poi deriderlo della sua stupidità e allungargli, tra le carezze visive che riempiono gli occhi, un sonoro ceffone morale.
uno di quei film che avresti voglia di vedere in lingua originale per riuscire ad apprezzare quello che Hugo Weaving fa nascondendosi dietro una maschera per due ore. aggiungi Natalie Portman e Stephen Rea paurosamente in parte e una serie di sequenze esaltanti e disturbanti al tempo stesso (una su tutte l’esplosione del Big Ben) e ti ritrovi fra le mani un oggetto che sebbene poco classificabile riesce comunque ad affascinarti. come un sorriso smagliante che ti accoltella di nascosto.
recensione 2 (sai chi è Alan Moore, non si chiamano fumetti ma graphic novel):
la prima cosa che pensi quando partono i titoli di coda è che capisci perché Moore si è fatto togliere dai credits. perché questo non è più V for Vendetta.
questa è un’accozzaglia di scene prese pari pari dall’opera originale e incollate tra loro con un filo di sceneggiatura che può vagamente ricordarla ma comunque inventato di sana pianta. quasi 300 pagine di pugno nello stomaco che grondano politica e sibilano “anarchia” ad ogni tavola trasformate in un mezzo poliziesco. un personaggio sinceramente enigmatico e inquietante svuotato fino a diventare quasi cabarettistico. un discorso morale ampio semplificato fino a diventare il solito pistolotto da teoria della cospirazione.
svaniscono tutte le figure e le sottotracce che rendevano V for Vendetta un’opera molto più corale di quello che sembra in superficie. svanisce il Fato, e chi ha letto sa cosa vuol dire. e vedere un Leader che sbraita alla telecamere con piglio nazifascista fa sicuramente effetto, ma non quanto vedere un Leader che cade lentamente a pezzi sotto il peso di un’umanità nascosta per troppi anni.
svanisce, sostanzialmente, tutta la circolarità della storia, il senso di trovarsi realmente ad assistere ad un domino gigante in cui ogni tessera cade al suo posto e contribuisce al disegno finale. le tessere del domino di V per Vendetta grippano e si fermano a metà strada, e non basta azzeccare la sequenza finale e mettere Street Fighting Man nei titoli di coda per togliere l’amaro che resta in bocca.
vabbè, lo ammetto, era difficile ma ci avete provato lo stesso. adesso però lasciate stare almeno Watchmen, per favore.
e prevalga l’Inghilterra.

it's a shame about moonman157
10:43 / p-link / multisala lumiere / commenti (16)

venerdì, 03 marzo 2006

Death Cab for Cutie (Astoria - Londra, 28/02/2006)

cosa succede quando ti ritrovi in una città che ami a vedere una delle band che preferisci?
(il nastro si riavvolge fino a un sabato notte di qualche mese fa. un sms mentre sei in discoteca. “ho trovato i biglietti per i Death Cab a Londra, li prendo?
no, dico, ma sono domande da farsi?)
dopo innumerevoli tentativi di arrivare nella tarda mattinata, riusciamo a prendere un autobus che ci recapita a Victoria attorno alle due del pomeriggio. il suddetto pomeriggio viene trascorso alla Tate, dove riscopro le seguenti cose:
a) c’è ancora una discreta fetta di arte moderna che mi sembra un po’ fine a se stessa, ma è decisamente una fetta più piccola rispetto alla parte che mi affascina.
b) grazie, ma non mi piacciono le interpretazioni critiche. preferisco perdermi.
arriviamo all’Astoria sulle sei e mezza, i cancelli aprono alle 7. c’è già una fila che gira attorno all’edificio e che educatamente si interrompe alla fine dell’isolato per riprendere all’inizio di quello successivo. mancano meno di due ore e l’ipotesi di vedere il mio primo concerto fuori dall’italia non mi sembra ancora realistica.
in poco più di mezz’ora siamo dentro. evidentemente le file educate funzionano. alle 8 sale sul palco John Vanderslice: carino il primo pezzo, carino il secondo, alla terza carineria non ne posso assolutamente più. e – ops – mi sta salendo un’ansia anticipatoria che non avevo dal concerto dei Trail Of Dead al Covo.
pochi minuti dopo le nove, salgono sul palco. allora è vero. allora siamo qui. allora non me lo sono sognato per tre mesi. due note di Marching bands of Manhattan e mi sto già sciogliendo. sono compatti e molto più carichi di quanto mi aspettassi, Ben Gibbard non sta fermo un microsecondo, Nick Harmer si piega e si muove dietro il basso come se l’avessero preso in prestito da un gruppo hard rock.
We laugh indoors se ne sta buona e controllata fino ad esplodere nel finale, e subito dopo The new year assesta il secondo colpo al torace. non si fa così, io mi ero presentato disarmato. Plans e Transatlanticism la fanno un po’ da padroni e occupano 2/3 buoni della setlist… e Chris Walla la fa un po’ da padrone sul palco. non è il frontman, ma si prende la libertà di passare indifferentemente dalle chitarre alle tastiere al basso, spesso all’interno della stessa canzone (suppongo che mentre ero distratto a guardare gli altri abbia anche preso un paio di caffè, buttato giù qualche idea di arrangiamento e prodotto un’altra band). e in ogni caso, crea una serie di strati di suono che sorreggono sulle loro spalle la maggior parte dei brani.
arriva qualcosa dal passato remoto (Title track, Company calls, Photobooth), ma non abbastanza remoto da risalire fino al primo album. in compenso brani come Crooked teeth e Title and registration guadagnano un energia che non traspare dagli album. Ben ha una voce impeccabile e in Soul meets body si permette di sovrastare tutti. scherza col pubblico prima di Expo ’86, si dilunga troppo in un preambolo e chiude sorridendo – “ok, ok, I’ll shut the fuck up”.
Different names for the same thing è eterea, galleggia tra certe cose dei Radiohead e i Postal Service. con What Sarah said arriva la terza crisi emotiva della serata. confesso che sentire cantare “who’s gonna watch you die?” come se fosse la frase più romantica della storia in mezzo ad accendini e luci di telefoni cellulari sollevati fa un effetto quasi catartico.
l’Astoria si scuote sull’intro di A movie script ending, ma il bello deve ancora arrivare. una versione di We looked like giants con una coda strumentale intensa da togliere il fiato, e con tanto di seconda batteria sul palco suonata da Ben. sembrerebbe un finale perfetto, ma ci fanno saltare ancora con The sound of settling. siamo senza voce, perfetti e svuotati, ma urliamo lo stesso per i bis.
c’è I will follow you into the dark, solo voce e chitarra acustica (e decisamente molta meno angoscia rispetto alla versione in studio). c’è Tiny vessels, con due bassi che si doppiano e si incastrano alla perfezione.
c’è Transatlanticism. e lì abbandono ogni pretesa di oggettività. perché ci ho abitato, in quella canzone. perché ho aperto questo piccolo mostro su quelle parole. perché la distanza adesso sembra un elastico, il massimo della tensione che precede il riavvicinamento. apro la bocca per cantare ma non esce nessun suono. va benissimo così.
si riaccendono le luci. siamo fuori al freddo. la metropolitana, l’autobus, la sensazione di aver chiuso nel modo migliore i quattro giorni che sognavo di passare.
l’aereo alle 7, mi sveglio sopra l’italia, si torna subito al lavoro. quanto manca alla prossima partenza?
P.S.: qualche foto della serata è in giro sul mio flickr.
 
P.P.S.: e tu – sì, tu… beh. grazie.

it's a shame about moonman157
01:19 / p-link / transatlanticismi, live baby live / commenti (3)

martedì, 24 gennaio 2006

Foo Fighters (MazdaPalace – Milano, 23/01/2006)

domanda: come si fa a fare un concerto convincente?
risposta: semplice, prendi due chitarre, un basso e una batteria e suoni ogni pezzo come se fosse l’ultimo in scaletta.
ci eravamo presentati con una serie di aspettative. nessuna è stata disattesa. i FF dal vivo sembrano uno scontro frontale tra i Kiss e i Pixies, mettono sul piatto e lasciano convivere l’anima da reduci dei ’90 con quella da arena rock anni ’70 – anche perché altrimenti non mi spiegherei la presenza di un laser show, di un duello di chitarre e di un assolo di batteria.
salgono il palco e infilano una sequenza iniziale quasi impressionante (In your honor, All my life, Best of you, My hero, Times like these, Learn to fly). i suoni sono violenti e definiti, la band sembra sempre di più una versione corazzata dei Cheap Trick, canzoni pop suonate con la cattiveria di chi ha masticato metal e hardcore per anni.
Dave Grohl si prende un paio di pause per parlare col pubblico, scherza con quelli della prima fila e rutta al microfono quando si rimette alla batteria per far cantare Cold day in the sun a Taylor Hawkins (sul quale preferirei non spendere parole. anche perché non ne avrei. ho ancora i colpi di cassa che mi risuonano nelle orecchie). per il resto non c’è molto spazio tra una canzone e l’altra, la setlist è serrata da far paura.
One by one viene ampiamente bypassato, se non per i due pezzi sparati a inizio concerto. stessa sorte per la parte acustica di In your honor, ma francamente non avrebbe molto senso qui in mezzo. ripescano Big me e This is a call dal primo album (ulteriormente addolcita una, qualcosa di simile a un tornado l’altra). The one e Stacked actors compaiono sferragliando come se sul palco ci fossero i QOTSA, Breakout viaggia come una locomotiva e il mosh pit ringrazia (se non fossi vecchio mi sarei quasi quasi buttato in mezzo).
dopo più di un’ora di assalto costante Grohl si permette di chiudere prima dei bis con una versione di Everlong quasi totalmente in solitaria. qualcosa si attorciglia alla bocca dello stomaco.
tornano per DOA e End over end, e concludono definitivamente con Monkey wrench. vedo gente fare crowd surfing. si sente distintamente il pubblico urlare la parte finale. non c’è fumo e non ci sono fuochi d’artificio, ma la parola “pirotecnico” rende comunque l’idea.
usciamo al freddo di milano, le orecchie ronzano ancora col dubbio – o la certezza – che le suddette due chitarre, il suddetto basso e la suddetta batteria siano ancora più che sufficienti a dire tutto quello che serve. alla faccia di sperimentalismi sterili, cosmesi elettroniche, pose plastiche e pallidi tentativi di far muovere il culo.
(non mi sto assolutamente riferendo a nessuna band italiana o scozzese in particolare. proprio no.)
NdA: in questo post due parole sono state volontariamente non utilizzate. e non è un caso.

it's a shame about moonman157
12:22 / p-link / live baby live / commenti (11)

venerdì, 20 gennaio 2006

hope you're on your way to the land of 1000 dances

avevo qualcosa come 13-14 anni, sapevo i Blues Brothers a memoria, ed ero convinto che prima o poi avrei cantato in una soul band (una di quelle serie, con una sezione fiati al completo e un harem di coriste).
e c’era una canzone che aveva colpito come il rintocco di una campana… anzi, come dodici rintocchi ad essere precisi. dovevano essere violenti, perché li sento rimbombare ancora oggi.
I'm gonna wait 'til the midnight hour
That's when my love comes tumbling down
I'm gonna wait 'til the midnight hour
When there's no one else around
I'm gonna take you girl and hold you
Do all the things I told you
In the midnight hour
Yes I am, whoa, yes I am
I’m gonna wait 'til the stars come out
See them twinkle in your eyes
I'm gonna wait 'til the midnight hour
That's when my love begins to shine
You're the only girl I know
Really love you so
In the midnight hour
I'm gonna wait 'til the midnight hour
That's when my love comes tumbling down
I'm gonna wait 'til the midnight hour
That's when my love begins to shine
Just you and I, oh baby, just you and I
perciò scusatemi se faccio il nostalgico/melodrammatico, ma oggi sono un po’ triste.

it's a shame about moonman157
11:07 / p-link / useless infotainment / commenti (2)

martedì, 17 gennaio 2006

se ti prende muccy, atto III

oh cazzo. ho trent’anni. e adesso?

it's a shame about moonman157
00:55 / p-link / useless infotainment / commenti (12)

sabato, 14 gennaio 2006

trofei di guerra

Image Hosted by ImageShack.us
grazie. grazie grazie grazie davvero.
ovviamente un risultato come questo è il frutto di un accurato lavoro di squadra, e pertanto procedo ad estendere il riconoscimento a chi ha fatto in modo che tutto questo potesse accadere.
vorrei ringraziare in primis i miei fidati collaboratori Damiano e Stefano, senza i quali non avrei assolutamente potuto completare l’impresa.
vorrei ringraziare il barista, che ha fornito un’ulteriore spinta al miglioramento quando i giochi sembravano ormai fatti, e al momento di presentare la card alla quale mancavano solo tre punzonature per essere completata ha esclamato – brillante come pochi – “no, guarda, lascia stare… lì ci sono già troppi buchi, queste tre ve le offro io”. e non contento ha aggiunto un altro paio di consumazioni extra. De Coubertin si commuoverebbe per questa sportività.
vorrei ringraziare anche i rappresentanti della legge di questo Stato, che hanno deciso di appostarsi per i controlli una cinquantina di metri prima del posto in cui ho parcheggiato. passarvi davanti a piedi, sorridenti e lievemente barcollanti, è stata una piccola soddisfazione.
infine, ultimo ma non meno importante (direi anzi fondamentale), vorrei ringraziare l’idiota olimpionico che ha dimenticato una drink card ancora intatta sul bancone, così che tutta l’impresa ci è costata la bellezza di € 0,00. mi dispiace per i 40 che tu avrai sborsato all’uscita, ma del resto chi non ha testa ha non solo gambe, ma evidentemente anche soldi.

it's a shame about moonman157
20:53 / p-link / boogie nights / commenti (2)

martedì, 10 gennaio 2006

dite la verità...

…vi eravate spaventati, eh?
domani questo blog compie un anno.
domani moonman157 compie un anno.
domani la versione 2.0 di G. compirebbe un anno, se non fosse che la release del 2.1 è già in giro da qualche mese.
se per caso qualcuno si fosse sentito offeso o trascurato, allora spero di cuore che abbiate passato un natale e un inizio d’anno buoni come i miei.
oddio, spero anche che splinder non vi abbia cancellato tutto per qualche settimana. qui è successo, ma ormai non ci si stupisce più di niente.
(per soddisfare il mio ego ferito dalla marea di “no, era ora” che si sarà sollevata alla domanda introduttiva del post, aggiungo che sul blog della Mus_A^ c’è un’amena gallery che documenta un’altrettanto amena serata in sala prove. peccato non si possano postare i video.)

it's a shame about moonman157
01:22 / p-link / a gentile richiesta / commenti (15)

i R.E.M., suonare, mangiare cinese, il cinema, mangiare thai, internet, girare in bici, comprare cd, perdere tempo al centro commerciale, stare all'università, leggere, il geekPod, Angelina Jolie, Lamù, Uma Thurman, le cravatte, le camicie strette, le adidas superstar, passare inosservato, gli Smiths, il bianco e nero, vedere i Simpson anche se ormai li conosco a memoria, gli 80s seri, gli 80s sputtanati, il flaming gratuito, i Pixies.

imparare HTML, le recensioni snob di Pitchfork, i blog che si piangono addosso, i blog gotici, i blog letterari, chi commenta sui blog per abbordare, le suicide girls, quattro irlandesi senza idee che fanno politica no global così la gente compra i cd per la causa e non ascolta (perchè la gente è stupida), il service pack 2, la sveglia a qualunque ora, chi si sente in colpa per farti sentire in colpa e sentirsi meno in colpa, le passeggiate inutili la domenica pomeriggio.

www.flickr.com
This is a Flickr badge showing public photos from ^moonman157^. Make your own badge here.

1. Built To Spill - Center of the universe
2. Armor for Sleep - The truth about heaven
3. Editors - Munich
4. Snow Patrol - Headlights on dark roads
5. Silent Drive - The punch
6. The Futureheads - Fallout
7. At The Drive-In - Lopsided
8. Idlewild - I understand it
9. Toad The Wet Sprocket - Come down
10. AC/DC - You shook me all night long

StregaCannella in guardabarre anonimi

all movie guide
all music guide
blu in faccia
bolinarossa2002
cmj
coffeegirl
cooking with maghetta
ernesto assante
i lavoratori
il boss
jallo
kataweb
la repubblica online
la savana
m.
maghetta streghetta
merlinox
mus_a^ mood
pigrecoemme
pitchfork
popmatters
radiazione di fondo
reality blog
res variae
selkis
stormeyes
television without pity
the golden gods
the internet movie database
the smoking gun
twinstar
valido
wikipedia
zach braff
zez

msn messenger:
moonman157@hotmail.com

e-mail:
manonthemoon157@gmail.com