the district sleeps alone tonight

"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."

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I adopted a cute lil' emo fetus from Fetusmart! Hooray fetus!

lunedì, 28 febbraio 2005

comunicazione di servizio

cedonsi account Gmail. totalmente gratuiti, senza impegno, ampio spazio e soprattutto vista mare. massima riservatezza, first come first served (erano anni che sognavo di dirlo).
su, che ne ho ancora cinquanta e non so più a chi darli.

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13:21 / p-link / simple props to occupy my time / commenti (4)

lunedì, 28 febbraio 2005

I sense green lights

ti arriva un messaggio in cui ti chiedono di presentarti verso le 20. con una precisione quasi inquietante, nonostante tu sia già abbondantemente pronto alle 20 sei ancora a casa. mandi messaggi per strada per scusarti e assicurare che non ti sei perso. altrettanto ovviamente, ti perdi due volte mentre cerchi di arrivare a destinazione.
la casa è enorme e non c’è ancora quasi nessuno. ti preannunciano una “festa newyorkese”, nel senso che l’appartamento è aperto, hanno invitato chiunque ed è previsto che arrivi chiunque, in quantità variabili. inizi a sospettare l’andamento della serata quando alle otto e mezza sei già passato dal rum alla vodka e girano svariati artefatti aromatici a parziale base di tabacco.
oggettivamente, arriva chiunque. c’è un intervallo consistente di tempo in cui il campanello trilla con una frequenza tale da farti dubitare dell’acume di chi sta entrando. perché se suona così spesso, vuol dire che sono tutti fuori e basterebbe suonare una volta ed entrare tutti insieme. ma in fin dei conti se trenta persone armate di casse di birra e bottiglie assortite si ritrovano alla stessa ora davanti alla stessa porta della stessa casa, perché mai dovrebbero pensare che stanno andando alla stessa festa?
ti trovi in mezzo a persone che non hai mai visto e ad altri che non vedi dai tempi del liceo. alcuni di questi sono migliorati nettamente, altri decidono di non stupirti ripresentando la solita faccia da cazzo con annessa assenza di utilità per il mondo, se non quella di consumare ossigeno ed occupare spazio gratis. sei costretto a parlare con gente che non conosci e ti ritrovi a considerare che a) ehi, ci stai riuscendo e b) non è così terribile.
qualcuno inizia a suonare. c’è un pianoforte, un paio di chitarre, una batteria, un basso e qualche amplificatore. altri si uniscono, in un minuto scarso c’è una band improvvisata che lavora sulle dodici battute. hai sbagliato a prelevare i cavi dalla sala prove, quindi stasera si dovranno accontentare dello strumentale. tutto sommato, meglio così. anche se passeranno le ore successive prima a chiederti di non fare il timido e poi a dirti che te la tiri troppo. evidentemente il principio di elettronica per cui un oggetto alimentato a corrente funziona meglio se c’è un apposito cavo di alimentazione/trasmissione segnale non può più essere dato per scontato.
dopo una sessione intensiva di vodka e succo d’arancia e di discorsi durante i quali continuano a girare artefatti con una certa inesorabilità, ti rendi conto che hai perso la percezione del tempo. alcuni movimenti un po’ azzardati quali alzarsi dalla poltrona, camminare e guadagnare la porta della toilette ti fanno notare che anche l’equilibrio non è dei migliori (ma è tutta colpa della stanza che ha deciso di mettersi a ruotare). butti un occhio all’orologio per cercare almeno un punto di riferimento: 23.30. ah beh. andiamo bene.
la band improvvisata continua a suonare, ogni tanto qualcuno si alza e cede lo strumento ma il blues non si ferma. roba che a mezzanotte rischiamo di trovarci alla porta un ometto azzimato e vestito di nero (non un carabiniere, anche se il volume si è alzato progressivamente) con contratto alla mano e sorriso suadente. e puzza di zolfo, of course. qualcuno ti chiama ma non riesci a raggiungere il telefono. arrivano messaggi da gente che non è qui, declini gli inviti e con uno stoicismo e una dedizione alla causa non indifferente riprendi la drinking session. le percezioni si fanno sempre più confuse, il salotto ormai sembra una giostra. quando le lancette dell’orologio riprendono a girare e arrivano sulle due e qualcosa, approfitti di un attimo di tranquillità in cui nessuno ti parla per uscire silenziosamente a riprenderti.
ti siedi in macchina per fartela scendere un po', pensando alla strada da fare per tornare a casa (servirà a poco quando troverai la pattuglia ferma a cento metri dalla festa. la sorte girerà bene perché non saranno attrezzati per altri controlli oltre al routinario patente+libretto). cadi nel sonno senza accorgertene, ti svegli alle quattro scosso da brividi come se avessi la febbre a quaranta. le luci della casa sono spente, le altre macchine sono sparite. non sai se metterti a ridere o sentirti una merdaccia, decidi per entrambe le cose e metti in moto.
c’è ancora da fare colazione, in fin dei conti.

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giovedì, 24 febbraio 2005

The Killers (Rolling Stone - Milano, 22/02/2005)

arriviamo a Milano lasciandoci alle spalle la neve. qui fa un freddo polare ma di bianco non se ne vede. dopo una mezz’ora abbondante a cercare un posto per la macchina la Mus_A^ consiglia di provare a evocare l’apposita fatina dei parcheggi. mi rendo conto di essere abituato troppo bene quando dopo altri venti minuti mi ritrovo a tenere il volante fra i denti sibilando commenti su cosa sta facendo al momento la parking fairy e su cosa facesse sua madre a tutti gli animaletti del bosco prima di lei. riusciamo a mollare l’auto poco dietro il rolling stone con un gran colpo di culo e ci avviamo.
(segue giornata a Milano di cui non sto a postare resoconti. so solo che continuo a innamorarmi di questa città, che le pazze le trovo tutte io, che ho le caviglie distrutte a forza di girare a piedi e che 98 euro per una cravatta sono ancora troppi.)
entriamo al rolling stone un’oretta prima del concerto: c’è gente ma non è pienissimo come pensavo. la cosa che non mi aspettavo è l’età variabile dei presenti, temevo un afflusso incontrollato di ragazzine (che probabilmente saranno assiepate in prima fila) e invece ci sono anche parecchi over 30, per non dire quasi 40. reduci degli ottanta che hanno ritrovato qualcosa di familiare, probabilmente.
gli special guest strombazzati sul biglietto non ci sono. tanto meglio. Brandon Flowers e compagni prendono il palco alle 10, tutti in giacca tranne il bassista, e attaccano con Midnight show. subito dopo Andy, you’re a star rivela inquietanti assonanze con certi pezzi atmosferici dei Cars (alla Moving in stereo, tanto per dire). l’accoppiata Mr. Brightside – Smile like you mean it sveglia una platea un po’ impagliata e mi stampa un sorriso soddisfatto in faccia.
Flowers è un bel frontman, l’impostazione da las vegas c’è (ironica o meno) e lui sembra un incrocio riuscito tra uno Scott Weiland meno tossico e un Frank Sinatra più giovane. si occupa anche dei sintetizzatori, finendo spesso trincerato dietro le tastiere. la voce grazie a dio tiene bene e regge il confronto con le versioni in studio. gli altri sono un po’ apatici, tranne il batterista che sembra non riuscire a stare seduto.
This is a song about boys, girls and everything in between” è la frase che precede Somebody told me. la canzone con il ritornello più stupido e di conseguenza più geniale del 2004. il pubblico finalmente si scuote e mi conferma il dubbio che metà della gente qua dentro non sia andata oltre i due singoli. i quattro si giocano un paio di inediti interessanti e quasi tutto l’album, tranne Everything will be alright (poco male) e Believe me Natalie (purtroppo). Jenny was a friend of mine è più energica del solito ma resta uno dei pezzi più belli usciti lo scorso anno, Glamorous indie rock & roll chiude la prima parte del set e parte la pantomima dell’uscita e del rientro per i bis. il tutto è un po’ ridicolo, visto che sono passati poco più di quaranta minuti. c’è tempo ancora per una versione estesa di On top e la chiusura su All these things that I’ve done, che anche senza il coro gospel resta più che rispettabile. in tutto un’oretta scarsa, saluti e baci per tutti e arrivederci alla prossima. nell'insieme, bel concerto e band da rivedere alla prima occasione disponibile.
esaurito il live, scatta il teatrino degli intenditori di ‘sta minchia che si lamentano generalmente per gli eccessivi riferimenti wave (e sono tutti vestiti in giacca stretta e cravattina sottile) e per la scarsa durata (la loro totale dedizione al gruppo probabilmente ha reso difficile notare che hanno pubblicato un solo album). tra il pubblico scorgo carolina di mtv e devo ammettere in tutta sincerità che vista dal vivo è di una bellezza stratosferica, quasi imbarazzante.
ritroviamo la vettura sana e salva e ripartiamo per bolognatown. in mattinata da Cesenatico arrivano ulteriori notizie di neve e strade impraticabili. l’autostrada è chiusa e sono bloccato qui. aiutatemi. mandatemi un elicottero. sos.

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domenica, 20 febbraio 2005

late late teens vs. late late twenties

finisco la sigaretta in fretta e furia perché fuori fa un freddo maledetto, ed entriamo mani in tasca al loco squad. cinque secondi e avvisto Riccardo al bancone. sempre uguale. decido di salutarlo, un po’ perché non ho più voglia di far finta di niente quando lo incontro, un po’ perché comunque non lo incontro da una decina d’anni e magari nel frattempo gli è passata (spero). accenno un ciao con la mano.
G: “senti, mi hanno detto che suoni la batteria. a me servirebbe un batterista…”
R: “sì, ma ho già un gruppo.”
G: “cazzo. peccato.”
R: “scusa, ma tu cosa suoni?”
G: “…io canto.”
R: “beh, a noi servirebbe un cantante…”
G: “affare fatto. dove si prova?”
Riccardo ci mette un paio di secondi a realizzare, nel frattempo mi avvicino. saluta prima l’Anna e già sorride. bene.
G: “senti, possiamo ricominciare a salutarci?”
R: “ma cazzo, vieni qui… Gi, non ti vedo da dieci anni!”
il sabato successivo siamo alle prove. si suona in camera di Riccardo. c’è Alberto, che conoscevo per essere un trombettista ed è passato alla chitarra, e Pier.
G: “Pier, scusa, ma non cantavi una volta?”
P: “sì, ma ho fatto un incidente l’anno scorso e coi soldi ho comprato basso e amplificatore!”
G: “…”
P: “è stato fantastico! tutti dovrebbero fare un incidente prima o poi!”
la camera è mansardata. nel punto più alto ovviamente ci dobbiamo sistemare la batteria e gli amplificatori, gli altri suonano seduti, e nel punto più basso ci finisco io. visto che è sì e no un metro, finisco a cantare sdraiato.
rifacciamo il punto della situazione. è ancora convinto che abbia fatto ingegneria, il cambio di programma lo lascia più sorridente di prima.
R: “io invece sono diventato un trombettista!”
G: “ma scherzi?”
R: “no, ti giuro, è meraviglioso!”
G: “…”
suoniamo assieme per un annetto e mezzo. il repertorio è, per così dire, eclettico. Terrorvision, Red Hot, R.E.M., Green Day, e una versione rumorosa di Walk on the wild side che non è mai venuta due volte nello stesso modo. d’estate, col caldo, spostiamo tutta l’attrezzatura e suoniamo sul terrazzo. e siccome casa di Riccardo è a cervia sulla statale, tutte le volte le graziose lavoratrici del marciapiede si raggruppano lì sotto e ci applaudono calorosamente.
G: “ascolta, ma è vero che ti sei sposato?”
R: “sì… mia moglie è la ragazza dietro di te. e tu?”
G: “domanda di riserva?”
R: “…”
G: “dovremmo rivederci una sera di queste, tutti assieme…”
R: “ti cerchiamo da anni, cazzo, ma non sapevamo più dove trovarti!”
ci infiliamo in un giro di feste di amici fra cervia e milano marittima. ogni tanto per suonare, la maggior parte delle volte per cercare di combinare qualcosa con le ragazze del giro. la sorella di Riccardo si sposa, e ci chiede di suonare al matrimonio. mi ricordo ancora la volata in scooter da casa al posto dove avrebbe dovuto essere la festa, capelli ancora bagnati per la doccia fulminea (li avevo. giuro che una volta li avevo). mi ricordo ancora meglio la sorellina in lacrime perché nessuno reggeva il volume e i parenti se ne andavano. mi ricordo ancora lei che ci urla in faccia perchè le abbiamo rovinato il giorno più felice della sua vita.
G: “senti, ma ti ricordi il matrimonio di tua sorella?”
R: “cazzo se me lo ricordo… sai che ha divorziato?”
e poi, la cazzata. avevo una ragazza di bologna, era estate e lei stava per ripartire. una sera mi spaccio per malato e salto le prove (giuro che non l’ho mai più fatto in vita mia). la sera stessa mi scoprono, segue telefonata iraconda, accuse di ogni genere, nessuna scusa accettata e rapporti troncati di netto. life goes on, anyway.
R: “senti… a me l’incazzatura era passata tre giorni dopo.”
G: “ci vediamo tutti assieme una di queste sere, allora?”
R: “ti chiamo.”
G: “ci conto.”
R: “guarda che ti chiamo sul serio.”
G: “guarda che se non mi chiami mi incazzo io, stavolta.”
ricominciamo bene. oh sì.

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03:58 / p-link / transatlanticismi / commenti (9)

sabato, 19 febbraio 2005

Bloc Party - Silent alarm (2005)

Image Hosted by ImageShack.usli avevo visti dal vivo non molto tempo fa, come opening act per gli Interpol, e se da un lato ero stato colpito dall’energia della performance, dall’altro ero indeciso se dare un giudizio positivo o meno.
e adesso sono un po’ combattuto. perché i Bloc Party sono una di quelle band che oggi in uk sfornano con cadenza quasi giornaliera, ma contemporaneamente, non sono una di quelle band sfornate con cadenza quasi giornaliera. mi spiego meglio.

ormai siamo in pieno revival post-punk-wave-dark, è un dato di fatto. un altro dato di fatto è che sul carrozzone ci sta saltando un discreto numero di cani e altrettanti porci (e lo dice uno che ha pregato per anni perché i corsi e i ricorsi storici riportassero il genere in auge). quindi sarebbe facile assimilare i Bloc Party ad una qualsiasi di queste band da riporto (tu lanci un vecchio disco e loro te lo riportano semiaggiornato). però qui c’è qualcosa di differente.
sia chiaro, siamo nel quadrilatero Gang Of Four – Joy Division – Cure – Wire (e già non sarebbe il caso di lamentarsi). c’è il basso persistente che sorregge tutte le canzoni, gli arrangiamenti angolari di chitarra (esemplari Banquet e Helicopter), le atmosfere gotiche (Compliments, She’s hearing voices che già nel titolo riecheggia She’s lost control) e una batteria muscolare ed elastica (dal vivo è impressionante) che incastra ritmiche spigolose e spesso abbondantemente ballabili. la voce di Kele Okereke è un impasto attraente tra Jon King e Robert Smith.
sarei tentato di liquidarli come derivativi, ma non è tutto qui. questi non sono i franz ferdinand, che quando non sono sul palco a posare sono a casa a piangere davanti ai cd dei Talking Heads. qui c’è un’impressione di sintesi riuscita che non sentivo da quando sono usciti gli Interpol, con un aggiunta di nervi scoperti che li ricollega agli Ikara Colt. e c’è un gusto pop tutto britannico che, se in pezzi come Like eating glass si limita a venature scintillanti, trasforma canzoni come Blue light e This modern love (per me il top dell’album) in piccoli gioielli che smettono per qualche minuto i panni wave per diventare qualcosa di più profondo e più ampio. se non fosse che il termine ormai non significa più nulla, se non “pop-punkettino-che-parla-di-ex-fidanzate”, direi che con questi due pezzi siamo su sponde decisamente emo. nel senso di emozionale, prima che qualcuno pensi ai dashboard-che-cazzo.
in parole povere, vuoi vedere che prima non volevo comprarlo e adesso mi ritrovo con uno degli album del 2005?

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20:03 / p-link / danzare di architettura / commenti

sabato, 19 febbraio 2005

how soon is now?

I am the son
and the heir
of a shyness that is criminally vulgar
I am the son and heir
of nothing in particular
You shut your mouth
how can you say
I go about things the wrong way
I am human and I need to be loved
just like everybody else does
There’s a club, if you’d like to go
you could meet somebody who really loves you
so you go, and you stand on your own
and you leave on your own
and you go home, and you cry
and you want to die
When you say it’s gonna happen “now”
well, what exactly do you mean?
see I’ve already waited too long
and all my hope is gone
You shut your mouth
how can you say
I go about things the wrong way
I am human and I need to be loved
just like everybody else does

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04:00 / p-link / transatlanticismi / commenti

giovedì, 17 febbraio 2005

romero rules

prendo spunto da una discussione uscita tra i commenti a un post di bolinarossa, si è scivolati a parlare di Shining e di film horror in generale e a un certo punto è scattata la domanda fatidica:
”che piacere provate a vedere quel genere di film?”
domanda più che legittima, visto che me la faccio anch’io da anni e non credo di aver trovato ancora una risposta soddisfacente.
premetto che il mio rapporto con i film horror è iniziato relativamente tardi e che non sono uno di quei consumatori aspecifici che si guarda di tutto, basta che si veda qualcuno aperto. anzi, devo ammettere che se posso scegliere preferisco un horror inquietante ad uno splatter, visto che tollero male le scene iperviolente e la vista del sangue (sono famoso per essere semisvenuto durante la proiezione di Intervista col vampiro). reggo bene lo splatter solo se è talmente esagerato da diventare comico, come le prime cose di Peter Jackson (Bad taste e Braindead, tanto per capirsi. ma quelli sono capolavori cinematografici tout court). in altri casi, mi dà fastidio e basta: ricordo ancora con un certo senso di nausea un convegno dell’anno scorso in cui uno dei dottoroni presenti si bullava di aver svolto le perizie sul caso jeffrey dahmer e già che c’era ha presentato le diapositive scattate dalla scientifica alle vittime. comunque, tornando a noi.
li guardo per il senso di disagio e angoscia che creano. questo purtroppo vale per una ridotta minoranza di film, quelli che ti porti dietro per anni dopo averli visti. può sembrare masochistico, a me piace pensare che il cinema non debba necessariamente trasmettere emozioni positive e tranquillizzanti e che di tanto in tanto sia necessario anche fare un tuffo nelle acque profonde, a fare i conti con le proprie paure e incertezze. e allora Shining, Session 9, L’esorcista, The ring, Non aprite quella porta (quello vecchio), Alien, La casa dei 1000 corpi, La cosa, Videodrome, La casa dalle finestre che ridono, Carrie, The Blair Witch Project, il primo Scream… ho detto i primi che mi sono venuti in mente e in ordine sparso, attendo suggerimenti ed eventuali crocifissioni.
li guardo perché mi fanno ridere. applicabile alla larga maggioranza degli horror, quelli che sfruttano male idee logore e deboli. devo ancora vendicarmi di chi mi ha fatto vedere freddy vs. jason, ma credo che se ne sia già pentito. rido delle morti talmente esagerate da essere ridicole, rido delle studentesse che si aggirano di notte in canottiera e shorts per i corridoi dei college, rido delle battute da fumetto (campionario delle frasi famose: “qui saremo al sicuro”, “non preoccuparti, è tutto finito”, “dividiamoci”, “sembra che non ci sia nessuno”… e chi più ne ha si accomodi). mi ritrovo a tifare per il villain della situazione e a domandarmi per quanto tempo mi toccherà continuare a vedere macchine piene di all-american-boys-n-girls forare in mezzo a un bosco e avviarsi a cercare aiuto dentro il bosco anziché proseguire per la strada a piedi.
ultimo ma non meno importante, li guardo se ci sono gli zombi. questa è una mia deviazione personale. il primo film horror che ho visto è stato Zombi - Dawn of the dead, una notte su retequattro, di nascosto (a casa mia erano vietati i film violenti), avrò avuto 10-12 anni. me lo sogno ancora, si è permesso di diventare la madre dei miei incubi ricorrenti. e da lì in avanti, ogni volta che salta fuori qualcosa di assimilabile al genere, corro in sala. amore/odio, non ne vengo fuori… e negli anni ho capito che lo zombie-movie ha tre caratteristiche che per me lo portano una spanna sopra gli altri (o che mi terrorizzano, a seconda dei punti di vista):
1) le creature sono e saranno sempre in soprannumero rispetto ai vivi. e quindi si finisce sempre e rigorosamente accerchiati (ripensandoci, è la stessa cosa che mi piace di Carpenter).
2) lo zombi non pensa, non è malvagio, ha soltanto molta molta molta fame. puro istinto. per quanto possa essere lento e goffo, è inesorabile.
3) non c’è un motivo controllabile. non c’è bisogno di bucare una gomma in mezzo a un bosco, decidere di passare un weekend in culo ai lupi la notte di halloween, costruire una casa su un cimitero indiano, ritrovare il libro dei morti tibetano e leggerselo, riaprire la scatoletta dei supplizianti, dare fuoco a un maniaco omicida… non c’è bisogno che tu faccia un qualsiasi tipo di cazzata più o meno esplicita. puoi anche startene tranquillo a casa a leggere un libro. tanto loro arrivano lo stesso.
e adesso giro la domanda: li guardate? perché? quali? con chi? e soprattutto, boli’ ci avrà capito qualcosa in tutto ‘sto delirio?

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mercoledì, 16 febbraio 2005

se ti prende muccy, atto II

inciampo in questo post della Mus_A^  e la mia attenzione cade su questa frase (a scanso di equivoci, riportata dopo essere stata pronunciata da un docente universitario):
”lo spot della Nescafè con la Camila è d’autore perché è girato da muccino”.
muccino. più che un regista, un artista. più che un artista, un uomo. un uomo che campa sostanzialmente su un solo film nel quale è riuscito – con un colpo di culo non trascurabile – a concentrare l’ansia di invecchiamento dei thirtysomething italiani che non si decidono a crescere e il lolitismo di ritorno che sempre ai suddetti fa rimpiangere i bei tempi di non è la rai (oddio, forse non è stato un colpo di culo, magari si è limitato a raccontare qualcosa che sente nel profondo). un uomo che si candida a diventare il brizzi della cinepresa. un uomo che per rappresentare l’adolescente italiano medio ha tirato in mezzo nientemeno che suo fratello. silvio muccino. un attore co(s)mico. un uomo che sa essere espressivo anche usando solo metà dell’alfabeto. cosa esprima esattamente non è chiarissimo, visto che quando apre la bocca il gioco di difetti di pronuncia è un po’ troppo fitto per capirci qualcosa, comunque se hanno dato il nobel a dario fo che parla sempre in grammelot, un oscar a silvietto prima o poi gli tocca.
ma soprattutto, muccy (ormai sono in confidenza e lo chiamo così) è l’uomo che ha scommesso sul più promettente degli attori italiani. l’uomo che ti squadra severo dai manifesti di provincia meccanica che addobbano mezza bologna. l’alter ego cinematografico di brizzi (e due). stefano accorsi. l’uomo che per farsi notare a Venezia l’anno scorso ha dovuto inventarsi un nudo frontale e non gli è nemmeno andata bene. l’uomo che mi ha ridato l’ottimismo, perché se lui si tromba (o s’è trombato) Laetitia Casta allora c’è davvero una speranza per tutti. e per chi sventuratamente se ne fosse dimenticato, l’uomo che nel ’94 ha dato un senso all’estate italiana con le immortali parole “tu gust is mei che uan”. non so se mi spiego.
(ammetto che il post è leggermente deragliato, ma quando si parla di arte la fredda razionalità deve cedere il passo.)
muccino. d’autore. sembra lo sketch dei Monty Python con la barzelletta più divertente del mondo. vado a morire dal ridere.

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lunedì, 14 febbraio 2005

Elektra (Rob Bowman, 2005)

Image Hosted by ImageShack.usgiuro che avrei voluto scrivere un post imparziale e pieno di critiche sagaci. il problema è che se mi trovo davanti Jennifer Garner a tutto schermo e non completamente vestita, l’oggettività se ne va allegramente con un simpatico rumore di sciacquone. confido nella comprensione almeno dei lettori maschili.

e così, non era morta. o almeno, era morta ma è resuscitata. cioè, un sensei cieco (Terence Stamp… ma perché l’occidentale non vedente esperto di arti marziali al cinema tira sempre? Furia cieca docet…) l’ha resuscitata in una scena intensissima che dura qualcosa come cinque secondi, ma vabbè, vuoi andare a sprecare pellicola per far capire come mai stai facendo un film su un personaggio morto trafitto in un altro film?

fatto sta che Elektra inizia decisamente bene, con un passo un po’ freddo ma elegante, e si concede il lusso di perdersi allegramente per strada. nella prima ventina di minuti Bowman costruisce le premesse per un personaggio quasi leggendario, sfuggente, sempre al confine tra vita e morte che si rivela poi essere una donna legnosa e ossessivo-compulsiva (con tanto di nevrosi per l’ordine e la pulizia), che fa l’assassina un po’ per soldi un po’ perché è l’unica cosa che le riesce bene (ma non c’era anche in Leon questa cosa? vabbè, non sottilizziamo).
ma è quando la suddetta scopre di dover uccidere il piacente vicino di casa con annessa figlia-ribelle-ma-simpatica-che-scatena-identificazioni-non-previste (colpo di scena leggerissimamente telefonato, ma vabbè) che il film prende la china discendente dell’action movie di tutti i giorni. se la Jenny (ormai sono in confidenza) è più che attendibile nella parte del personaggio combattuto tra sentimenti e incarichi da svolgere (ma non è così anche in Alias? vabbè…), la sceneggiatura abbozzata a colpi d’accetta la trasforma lentamente in un mix tra Ripley e Sarah Connor (vabbè…) con un difficile bilanciamento tra rabbia omicida e purezza d’animo (sento un turbamento nella Forza, ma vabbè…) che si ritrova a dover difendere/salvare un bambino che si rivela molto più potente di quello che sembra (ma non era simile anche Il bambino d’oro? vabbè…).
il tutto guarnito con combattimenti spettacolari, alcuni villain totalmente fumettistici (nel senso di bidimensionali), contorno di cultura orientale di recupero e una spolverata di storia d’amore, nonché un finale decisamente bietolone.
in sintesi:
  • sicuramente meglio di daredevil, poco sotto the punisher, spiderman è un’altra storia;
  • qualcuno sperava che passasse ben affleck, ma grazie a dio o chi di dovere il bamboccione non compare;
  • non abbiamo appurato se i sai di Elektra fossero dei miracle blade, ma se l’è domandato mezza sala (giuro);
  • tornerei a vederlo? sì, subito, anche oggi pomeriggio, qualcuno mi accompagna?
mi ributto sotto le coperte, l’influenza di lunedì mattina non è proprio la cosa peggiore del mondo.

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sabato, 12 febbraio 2005

dovevo darmi al marketing

non per tirarsela, ma devo rendermi conto che ormai le mie facoltà di preveggenza stanno raggiungendo livelli che solo il mago di segrate saprebbe eguagliare.
parlando dell’effetto O.C., mi domandavo cosa avrebbe fatto la sony per promuovere un gruppo con un album uscito nel 2004 e che sta tempestando le radio e i canali musicali con un singolo vecchio di due anni (Phantom Planet, nella fattispecie), e temevo una mossa simile a quella della universal quando, con Maladroit in uscita, i Weezer si sono ritrovati fra le mani una hit che arrivava dall’album precedente. problema risolto in quindici secondi, Island in the sun viene inserita anche nella versione europea di Maladroit e via.
oggi, in giro per il centro commerciale, mi capita tra le mani il nuovo Phantom Planet con uno sticker fluorescente che recita “contiene California” (California scritto in corpo 24 bold). giro il cd e trovo quattro bonus track, il suddetto pezzo e altri tre estratti (a caso) da The guest.
potrei tirare una filippica su mtv e come condiziona il mercato, ma non ne ho voglia. disprezzabile come approccio, ma sempre meglio che dover vedere tre versioni del bestofbritnispirs, o sa dio quante della selindiòn con i neonati.
preferisco pensare a quali nefasti scopi potrei trovare per le mie ormai impressionanti doti di marketing mentre guardo i biglietti per i Killers appena comprati.
buon sabato a tutti.

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19:38 / p-link / useless infotainment / commenti (13)

i R.E.M., suonare, mangiare cinese, il cinema, mangiare thai, internet, girare in bici, comprare cd, perdere tempo al centro commerciale, stare all'università, leggere, il geekPod, Angelina Jolie, Lamù, Uma Thurman, le cravatte, le camicie strette, le adidas superstar, passare inosservato, gli Smiths, il bianco e nero, vedere i Simpson anche se ormai li conosco a memoria, gli 80s seri, gli 80s sputtanati, il flaming gratuito, i Pixies.

imparare HTML, le recensioni snob di Pitchfork, i blog che si piangono addosso, i blog gotici, i blog letterari, chi commenta sui blog per abbordare, le suicide girls, quattro irlandesi senza idee che fanno politica no global così la gente compra i cd per la causa e non ascolta (perchè la gente è stupida), il service pack 2, la sveglia a qualunque ora, chi si sente in colpa per farti sentire in colpa e sentirsi meno in colpa, le passeggiate inutili la domenica pomeriggio.

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1. Built To Spill - Center of the universe
2. Armor for Sleep - The truth about heaven
3. Editors - Munich
4. Snow Patrol - Headlights on dark roads
5. Silent Drive - The punch
6. The Futureheads - Fallout
7. At The Drive-In - Lopsided
8. Idlewild - I understand it
9. Toad The Wet Sprocket - Come down
10. AC/DC - You shook me all night long

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