the district sleeps alone tonight

"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."

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I adopted a cute lil' emo fetus from Fetusmart! Hooray fetus!

domenica, 27 marzo 2005

yeah, sure.

il blog è in stato di animazione sospesa. statemi bene, buona pasqua. e per chi sa, buonanotte.
whatever.

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sabato, 26 marzo 2005

mantra per un weekend di cadute di stile

quando ti accorgi che sei uscito di casa carico, e invece tornando ti aggrappi a The blower’s daughter, c’è qualcosa che non va.
quando ti imbottisci di antinfiammatori dalle 7 della mattina, bevi e mescoli di tutto ma resti comunque lucido da continuare a pesare ogni singolo dettaglio, c’è qualcosa che non va.
quando sei in piedi da ventitre ore, hai avuto la febbre tutto il giorno, hai lavorato lo stesso tutto il giorno e nel momento in cui ti stendi ti rendi conto che ci sarà da aspettare ancora un po’ per avere sonno, c’è qualcosa che non va.
quando hai appena portato a casa il nuovo dei Perturbazione e hai voglia solo di ascoltare quello vecchio, c’è qualcosa che non va.
quando riesci a mettere giù una canzone in dieci minuti, c’è qualcosa che non va.
 
(almeno si sono riformati i dB’s e i La’s. però quando si riformano nella stessa settimana i due gruppi coi nomi più stupidi da accoppiare in un post, c’è qualcosa che non va.)

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giovedì, 24 marzo 2005

il bello è che tutti pensano che stia preparando un corso di formazione

è tranquillizzante trovare due nuove certezze nel giro di qualche minuto. ad esempio, ho appena deciso che lavorare fa male alla (mia) salute e devo trovare una donna ricca e affascinante che mi mantenga a vita.
(l’altra è che andare a ballare il mercoledì sera fa male all’autostima. soprattutto se sei circondato da antropologhe.)

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mercoledì, 23 marzo 2005

Louie Louie

spulciando sul blog di Ernestone Assante, ho trovato un bel post su una canzone quasi mitologica (e che resta tuttora la mia sigla personale). la cosa non sarebbe interessante di per sé, se non fosse per il fatto che conta qualcosa come milleduecento versioni incise a tutt’oggi e che se anche nel rock si parlasse di standard, beh, questa sarebbe la prima o la seconda della lista.
sapevo delle varie leggende sull’inintelligibilità del testo, ma non pensavo che 50 dollari di registrazione si sarebbero tradotti in diciotto mesi di investigazioni da parte dell’fbi per valutarne la presunta oscenità. del resto, erano i bei tempi di hoover (ah, american tabloid…) e dei valori morali a tutti i costi (però, prima che qualcuno si metta a fare l’antiamericano vorrei ricordare che in italia abbiamo avuto un’interrogazione parlamentare sull’immoralità di diabolik… più o meno nello stesso periodo in cui le commissioni parlamentari antimafia dichiaravano candidamente che “la mafia non esiste”. eh beh).
tanto per rimarcare i contorni leggendari della canzone, vorrei segnalare che esiste un intero album di cover (Love that Louie: the Louie Louie files) che parte dalla primissima versione di Richard Berry e passa non solo dai Kingsmen, ma anche da gente come Beach Boys, Otis Redding e Kinks (dicono che la versione reggae di Toots & The Maytals sia fenomenale, io non sopporto il reggae e non l’ho mai ascoltata ma a questo punto mi aggiorno). e aggiungerei anche che è la prima volta che sento parlare di un brano che ha avuto dei sequel.
però mi scatta anche una curiosità. in 50 anni di r’n’r ci sono alcune canzoni che sono state suonate e rifatte un po’ da chiunque. al di là di Louie Louie, penso a cose come Hush, Hey Joe, All along the watchtower, Knockin’ on Heaven’s door… perché? indipendentemente dalla qualità in sé, avranno qualcosa in comune per diventare i pezzi più coverizzati della storia. sequenze di accordi facili? struttura facilmente reinterpretabile? messaggi subliminali?
(P.S. e off-topic: se ricapitate sul blog di Assante, la cosa più divertente non sono tanto i post quanto il circoletto di intenditori di ‘sta cippa che regolarmente lo bastona e si scanna nei commenti. li vorrei vedere in faccia, a volte.)

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lunedì, 21 marzo 2005

oops! scusate, ho un attacco di misoginia

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(devo smettere di sghignazzare altrimenti mi tocca farla vedere alle mie colleghe. oh, il lunedì.)

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lunedì, 21 marzo 2005

mojito segnale on

non so se sia così anche nel resto d’italia, ma qui a Cesenatico è ufficialmente iniziata l’estate. suppongo che qualcuno adesso alzerà la manina e verrà pedissequamente a dire che tecnicamente è a malapena primavera, ma so già che si tratta di poveri sventurati che non hanno avuto l’illuminazione (e quando parlo di illuminazione, intendo una paragonabile solo a quella che si può avere su un cesso installato sul tetto di un edificio, o in una chiesa in cui sta officiando il reverendo Cleophus James, per chi capisce).
perché qui, signori, venerdì notte è stato acceso il segnale. un segnale che richiama i connoisseur a uscire di casa e a convergere in un luogo ben preciso. un faro che traccia in un disco bianco la sagoma di un bicchiere con due cannucce.
e per quanto probabilmente a pochi possa importarne qualcosa, questo significa che venerdì notte ha riaperto i battenti il Bodeguilla. l’unico locale che sembra un locale ma in realtà è contemporaneamente una serata completa, una scuola di filosofie assortite di vita, il regno del cazzeggio, la salvezza inaffondabile da ogni possibile bidone e, soprattutto, la residenza ufficiale del miglior mojito della zona. anzi, voglio esagerare… il miglior mojito che possa capitarvi di bere tra ravenna e rimini.
e senza ombra di dubbio, nonostante i funghi ancora accesi e i giubbotti non solo ancora presenti ma anche ben allacciati, quando ti ritrovi sul viale carducci in una serata limpida con il bicchiere bi-cannuccia, il profumo di menta e i pensieri e i discorsi che iniziano prima ad arrotolarsi e poi a schizzare via in ogni direzione, allora vuol dire che l’inverno è alle spalle e davanti c’è solo l’estate. dilatata da pasqua ad ottobre, mani che si stringono e saluti che volano, volti stagionali, innamoramenti da cinque minuti, stasera si esce in bici e vediamo se mi ritirano la patente, è-il-mio-giro-no-è-il-mio e la barista che sorridendo ti dice che stavolta offre la casa, facciamo un salto a battezzare il green, facciamo un salto dietro a farci salire un po’ di fame chimica.
(e dato che le parole non sempre rendono, mi appoggio spiritualmente ad una photogallery dell’inossidabile Daniele, che quando ci si mette rapisce l’attimo che è una meraviglia.)
hats off to Raf. mojito segnale on.
(e tanto per avere una colonna sonora adatta, la casa consiglia: Teenage Fanclub – Alcoholiday)

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giovedì, 17 marzo 2005

Europe (Carisport - Cesena, 13/03/2005)

(venerdì sera, arriva un sms di Filo: “ho 4 biglietti omaggio per gli Europe domenica sera, vieni?”)
e così mi ritrovo a chiudere il weekend dei concerti in un modo che non mi sarei mai aspettato, ma che alla fine mi sembra decisamente adatto. mentre arriviamo al palazzetto mi scorrono davanti alcune immagini che sono andate un po’ troppo a fondo nella memoria per mettersi a sindacare sulla percentuale di sputtanamento del gruppo, sulla sua utilità o meno, su quanti rimastoni vedremo stasera e tutto il resto. i boccoloni permanentati e il rossetto di joey tempest. gli spotlight nel video di carrie. il tour bus che arriva di notte al ristorante, e sempre il suddetto tempest che canta in una bottiglia di ketchup invece che in un microfono. mi rendo anche conto che conosco solo tre canzoni, ma tant’è.
(gli Europe sono i miei pomeriggi di quarta elementare a guardare deejay television al ritorno da scuola. l’obiettività a questo punto diventa un gadget.)
entriamo e i supporter stanno già suonando. ampiamente dimenticabili, l’unica utilità che hanno avuto è stata quella di accendere la discussione “ma ha ancora senso nel 2005 fare ‘sto cazzo di hard rock alla purple/zeppelin?”; discussione peraltro durata qualcosa come dieci secondi fra domanda e risposta (“no”).
poi finalmente loro. temo un confronto impietoso con le immagini di vent’anni fa, ma devo ammettere che sono invecchiati bene. cioè, a dirla tutta, joey tempest, john norum e john leven sono invecchiati bene e non sembrano distrutti. mic michaeli è invecchiato. ian haughland è irriconoscibile, mi ricordavo una specie di folletto biondo e mi ritrovo davanti un’incrocio tra ciccio di nonna papera e marco mazzocchi (pelata compresa), con la faccia di uno che è stato appena prelevato da Renzi (NdA nota trattoria sulle colline cesenati) mentre stava per attaccare il settimo piatto consecutivo di tagliatelle.
oggettivamente, suonano ancora. il genere è quello che è, mi si spiega la presenza sia dei supporter che di una certa fetta di pubblico. hard rock di maniera e manieristico, assoli pirotecnici di chitarre e tastiere, voci impostate e falsetti. se non fosse per la nostalgia avrei una reazione allergica.
riconosco la terza canzone, Superstitious (wow, allora ne conosco quattro), dopodiché altro buio. joey tempest spiccica diverse parole in italiano, spara un “è bellissimo essere qui a cesena” talmente finto che quasi ci cappottiamo dal ridere. non si risparmia, corre, balla, fa il vecchio trick di roteare l’asta del microfono senza uccidere nessuno (gli altri della band mi hanno già intimato di non provarci MAI). il problema è che i cinque hanno deciso di non fare i passatisti a tutti i costi e propinano una serie di pezzi nuovi terribili. non so se la descrizione renda, ma provate a immaginare un metallaro svedese ex-famoso che cerca di ricostruirsi una credibilità scimmiottando i Queens Of The Stone Age. se ci riuscite, capirete il mio strazio.
a metà concerto joey imbraccia l’acustica (applausoni al roadie che gliel’ha passata scordata… e sì che la usa solo in un pezzo). Carrie. accendino alla mano, lo spengo e sbadiglio quando mi accorgo che la fa solo acustica e la lascia cantare al pubblico. sono d’accordo con Valido, se dovevo sentirla così chiamavo tre amici e la suonavo al mare. seguono altri pezzi, alcuni nuovi altri meno, la zuppa non cambia. ci scalda sull’ultimo pezzo prima dei bis, ma perché Rock the night è Rock the night e non ci sono cazzi.
escono, applausi, rientrano. brano mai sentito ma gradevole, e poi Cherokee. alè, allora ne conosco un’altra. pubblico in quasi delirio, anche noi siamo presi bene ma credo che sia perché ormai c’è qualcosa nell’aria. si sente, è palpabile.
buio. fumo. il riff di tastiere più abusato degli ultimi vent’anni. delirio completo. quando si ricomincia a vedere qualcosa, tutti stanno saltando a braccia in aria. sul palco se la ridono, joey tempest ha dimenticato la voce nei camerini prima dei bis ma almeno non hanno la faccia stile oddio-che-palle-ci-tocca-tutte-le-sere-e-la-gente-vuole-solo-questa. john norum rifà l’assolo nota per nota, e sono soddisfazioni. finale in gloria, tutti in piedi. un groppo alla gola allucinante, che rivaleggia per dimensioni con il nodo alla bocca dello stomaco. macchina del tempo mode on, l’ultima volta che mi sono sentito così è stato quando i Depeche Mode hanno attaccato Enjoy the silence.
usciamo e ci riavviamo verso casa. alla fin fine non ho pagato, pensavo di conoscere tre pezzi e invece erano cinque e ho sentito The final countdown dal vivo. direi che ci ho guadagnato.
(paraparaaaaaaaaaaa – parapappappaaaaaaaa –  paraparaaaaaaaaaa – parapappappappappaaaaaaaaaaaa – dai che le note le sapete, tutti insieme.)

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martedì, 15 marzo 2005

...And You Will Know Us By The Trail Of Dead (Il Covo - Bologna, 11/03/2005)

captatio benevolentiae: chiedo scusa ancora prima di iniziare, ma questo non è un report. è cercare di rimettere ordine dopo che ti è passato addosso un tir.
arrivo al covo con largo anticipo, i maledetti del locale mi hanno consigliato di arrivare almeno un’oretta prima ma si guardano bene dall’aprire le porte e la biglietteria in orario. trovo un altro disperato come me che è qui da solo perché nessuno dei suoi amici ha mai sentito nominare i miei/nostri texani preferiti.
due supporter. il primo, the black, si presenta da solo con la chitarra acustica dicendo che il resto della band è tornato in america. a metà del primo pezzo il motivo è palese per tutti. seguono i dead meadow, sicuramente più interessanti, ma dopo il quarto blues allucinato e tirato in lungo per 7-8 minuti inizio a non poterne più. magari dopo qualche birra in più si spiegherebbe il giudizio dei cazzoni di pitchfork, ma non ho voglia di approfondire. inizio a sentire un nodo allo stomaco che non avvertivo da anni, e mi rendo conto che è ansia anticipatoria. ho una assoluta, defintiva, divorante e onnicomprensiva voglia di vedere questo concerto.
11.40, salgono sul palco. i tre membri ufficiali, il nuovo bassista, il tastierista che se ne starà di spalle per tutto il tempo e un secondo batterista. con quella faccia, Conrad Keely è il frontman più improbabile della storia. Kevin Allen è talmente geeky che non sfigurerebbe in mezzo ai Feelies, si muove pochissimo e sembra totalmente assorbito dalla sua chitarra. Jason Reece, invece, è un folle. punto.
dopo un preregistrato di Ode to Isis, ci piomba addosso Will you smile again? e subito dopo It was there that I saw you. l’uno-due mi manda al tappeto. Conrad è indubbiamente giù di voce, ma l’impatto è clamoroso. se sull’album sembrano massimalisti, qui è tutto moltiplicato per dieci, le due batterie all’unisono fanno quasi impressione e più volte tra il pubblico ci ritroviamo a guardarci con la faccia da “ma quanto pensano di reggere a questo ritmo?”. iniziano a circolare voci sul concerto di milano che sarebbe durato qualcosa come quaranta minuti… francamente non mi sembra improbabile.
a tradimento, The rest will follow. ancora più marziale, ancora più emotiva. io non ho più parole da spendere su questa canzone.
Conrad lascia la chitarra per la batteria ed inizia l’interregno di Jason. una Caterwaul esplosiva che mantiene tutto quello che promette su cd, e poi una scarica di brani presi da Madonna (Mistakes & regrets, una A perfect teenhood violentissima, Totally natural da brividi e Aged dolls. altro pezzo su cui non ho più parole da dire). la tensione continua a crescere, il suono è sempre più al limite di diventare qualcosa di fisico e tangibile. nelle prime file si poga, ma tutto appare come se succedesse al rallentatore, in una scena dai margini sfuocati. arrivano brani da ST&C, ma non quelli che mi aspettavo. attenderò invano Baudelaire e Relative ways, ma ripensandoci visto l’approccio della serata hanno molto più senso Homage e Days of being wild. non è un concerto, è un aereo in picchiata.
Jason e Conrad si alternano sempre più frequentemente, i pezzi si susseguono senza troppe pause, c’è tempo ancora per una versione intensissima di Heart in the hand of the matter e poi si chiude su Another morning stoner. più monolitica e meno sfumata di quanto ero abituato a sentire, ma le rullate che emergono dallo sfondo e ti schiaffeggiano valgono la trasformazione.
o almeno, sembrava che si chiudesse. in realtà non c’è ne tempo, né spazio, né voglia di menate per scendere, farsi applaudire e risalire sul palco. e così, di nuovo gli strumenti in mano e arrivano i bis dell’anno, How near how far da lacrime e finale ad esaurimento scorte su Richter scale madness. nonostante la leggenda li precedesse, non distruggono strumenti e non li lanciano tra il pubblico.
controllo l’orologio. un’ora e dieci. ed è la prima volta in anni che esco soddisfatto, senza aver voglia di ascoltare altro e con la sensazione che sì, ho visto e vedrò altri concerti, nemmeno troppo lontani, ma anche solo avvicinarsi all’onda d’urto fisica ed emotiva di questo sarà arduo.
felice di essere stato qui solo.

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martedì, 15 marzo 2005

Feeder (Magazzini Generali - Milano, 10/03/2005)

(in ritardo, ma ho lottato contro il sonno tutto il weekend)
seconda avventura a milano nel giro di poche settimane e inizio di uno dei fine settimana più massacranti dell’anno (bella fatica, è marzo). si replica la mattinata di lavoro a bolognatown e poi via nel primo pomeriggio. stavolta coi parcheggi va decisamente meglio, centro al primo colpo ed esattamente davanti all’ingresso. seguono amene passeggiate in zona duomo, giri per negozi, la solita microcena. alle 9 e qualcosa, siamo di nuovo dentro i magazzini generali.
non attendiamo molto prima che i quattro prendano il palco. Grant, Taka, il chitarrista aggiunto Dean e il mio modello di batterista ideale, Mark Richardson. quello che prima percuoteva le pelli negli skunk anansie. cito Filo perché ha detto una cosa che rispecchia esattamente quello che penso, anche se si riferiva ad un altro concerto: “è stata l’unica volta che ho passato così tanto tempo a guardare il batterista invece che il resto del gruppo”. non so perché, ma vederlo mollare mazzate metronomiche senza sosta e senza nemmeno scomporsi troppo mentre intorno volano pezzi di bacchette e i piatti oscillano come se dovessero andare per terra mi mette sempre di buonumore.
aprono come sul nuovo album con Feeling a moment, facendo seguire subito dopo Comfort in sound. Pushing the senses fa la parte del leone in scaletta, eseguito quasi per intero. la maggior parte degli altri pezzi arriva dai due album precedenti, mentre passano praticamente sotto silenzio Polythene e Yesterday went too soon. l’impressione generale è che la band abbia trovato un equilibrio più soddisfacente – anche se a volte un po’ comodo – vicino alle forme del midtempo e della ballata, con arrangiamenti ipercurati e misurati che lasciano spazio tanto agli archi quanto alle chitarre senza sacrificare nessuno dei due. la conferma arriva da una versione ahimè svogliata di Buck Rogers (e dall’assenza di Seven days in the sun), ripagata però da una Come back around tiratissima e compatta (e regolarmente, ogni volta che la sento, mi rivedo le gradinate dello stadio di ancona che si aprono davanti agli occhi rivelando il palco. corriamo su per le scale e poi giù di nuovo, siamo arrivati appena in tempo, c’è ancora il sole. la capiremo in due, chissenefrega). vengo ampiamente ripagato anche da una bella versione di Turn e da una spigolosissima We can’t rewind (non speravo nemmeno di sentirle).
Bitter glass e Frequency guadagnano in energia senza perdere sfumature, Tumble and fall si libera dei fantasmi britpop che la abitano; Just the way I’m feeling continua ad essere un colpo sferrato allo stomaco e continuerò ad incassare. Attimo di panico nei bis, Pain on pain e Dove grey sands fanno precipitare la tensione ai minimi della serata, ma ci si riprende quando la prima fila attacca a cantare Just a day fra le risate e gli sguardi increduli della band, che è costretta a seguirli e si lancia a rotta di collo verso il finale.
che altro dire? band precisa, bei suoni, Grant ha una voce ottima anche se scopriremo poi che era raffreddato. guadagnamo l’uscita (eufemismo per “quei bastardi idioti dei buttafuori che se andassero a lavare i vetri magari prima o poi li butterebbe sotto qualcuno ci sbattono fuori dal locale tre minuti dopo la fine”) e con un po’ di pazienza riusciamo anche a strappare due chiacchiere e una foto a Taka e Dean. alla prossima, quando tornano mi ritrovano di sicuro.

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P.S.: il reportage della Mus_A^ è molto più divertente del mio.
P.P.S. per l’organizzazione: escludendo la prima fila, il pubblico di milano è talmente impagliato che non applaude troppo altrimenti si sgualcisce la maglietta. la prossima volta portateli al velvet, che così magari si divertono di più anche loro se dal palco non vedono gli zombi.

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lunedì, 14 marzo 2005

I want a girl who will laugh for no one else

fine ufficiale del weekend dei concerti. ne ho tre dietro le spalle da raccontare e mi riprometto di parlarne per esteso, anche perché uno di questi si avvia verso la vetta della mia personalissima top 5 con la serenità olimpica di un panzer lanciato in quinta dentro una cristalleria. se qualcuno mi conoscesse abbastanza da capire cosa significa, direi che i Trail Of Dead si accomodano a fianco dei Sophia visti allo Slego qualche anno fa (ma purtroppo le uniche due persone che hanno una mezza idea del cataclisma che mi ha provocato quel concerto al momento sono le ultime due persone che spero di incontrare da qui a quando smetterò di respirare e possibilmente oltre. a volte vi sogno ancora e giuro che vorrei smettere così come ho voglia di bere quando ho sete).
anyway, life goes on. rimetto su dopo secoli il primo cd dei Weezer, il bastardo in preda a eccessi di zelo scherza dicendo che a quanto pare il tessuto spazio-temporale non si è ancora ricucito. no, in effetti no.
da giovedì a stanotte si accumula una serie di flash, alcuni piacevoli ed altri meno.
la navigatrice non satellitare perfetta® che ti porta esattamente davanti ai magazzini generali, dopo ore di parole in cui ti sei reso conto che non avere ancora sistemato l’autoradio è decisamente meglio. le chiacchiere ottimiste a cena da mcdonald’s. i contraccolpi durante Just the way I’m feeling. aspettare fuori al freddo e farsi odiare da chi sta lì attorno perché ha notato qualcosa che doveva rimanere leggermente più in secondo piano. al ritorno chiedere il cambio al volante dopo bologna, perché ormai hai il ginocchio che neanche un chilo di aulin ci fa qualcosa.
partire il venerdì sera con la prospettiva di vedere per la prima volta un concerto totalmente da solo e sentirti ansioso come quando a sedici anni sei andato a vedere i Ritmo Tribale. uscire ancora in pieno boost dal covo e tornare a Cesenatico come se fossi su una delorean, 55 minuti secchi e ritrovarti davanti alla porta di un locale ansioso come non ti sentivi da nove anni. non riuscire a scacciare il mood da how soon is now quando dentro non trovi nessuna delle facce che speravi/aspettavi/temevi di vedere. passi le ore seguenti ciondolando da un lato all’altro, ballando di tanto in tanto, bevendo qualcosa e sentendoti dire “mi dispiace, ti vedo qui sempre da solo e non mi sembra che te lo meriti” (grazie della stima, vado un attimo a impiccarmi in bagno e torno subito). friday-I’m-in-love mode off, e buonanotte. se qualcuno me lo chiede, ho perso l’interruttore, non so dove possa essere e non ho una cazzo di voglia di andare a cercarlo ed eventualmente spingerlo di nuovo.
fai passare un sabato intervallando i Weezer con un passaggio veloce di I miss you di tanto in tanto. la serata che inizia saltando la cena e rivedendo 28 giorni dopo. una birra veloce e quattro chiacchiere, e riparti per un posto in cui ormai ti senti relativamente al sicuro, salvo accorgerti che basta vedere due occhi e puoi diventare spaventosamente emo in meno di un secondo (“la tua descrizione è riduttiva. così non è bella, così è un disastro. per me.”). riconsiderare le idee che ti eri fatto in precedenza, ok, perché scegliere, ma continuare a sentire in sottofondo che manca qualcosa e che non ce la fai ancora a sbloccare la situazione. fare finta di ballare, fare finta di aver sete, fare finta di aver voglia di una sigaretta. il dj che pensa bene di chiudere con – oh caso – I miss you. che cazzo, grazie. tornare dalla colazione con la testa inclinata a guardare oltre i tetti delle case, albeggia, dalle casse qualcuno ti chiede di sorridere come se ci credessi veramente.
 
The World has turned and left me here
The world has turned and left me here
Just where I was before you appeared
And in your place an empty space
has filled the void behind my face
I just made love with your sweet memory
One thousand times in my head
You said you loved it more than ever
You said
You remain, turned away
Turning further every day
I talked for hours to your wallet photograph
And you just listened
You laughed enchanted by my intellect
Or maybe you didn't
You remain, turned away
Turning further every day
Do you believe what I sing now?
(ascoltata di nascosto a un tavolo di un fast food di milano:
Gi: “…in fin dei conti cos’è un contatto messenger? è una finestra biancoazzurra tra le parole…”
Mu: “verde.”
Gi: “…verde?”
Mu: “da me è verde.”
Gi: “…ma cos’hai installato, windows baracca?”
)

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01:28 / p-link / transatlanticismi / commenti (2)

i R.E.M., suonare, mangiare cinese, il cinema, mangiare thai, internet, girare in bici, comprare cd, perdere tempo al centro commerciale, stare all'università, leggere, il geekPod, Angelina Jolie, Lamù, Uma Thurman, le cravatte, le camicie strette, le adidas superstar, passare inosservato, gli Smiths, il bianco e nero, vedere i Simpson anche se ormai li conosco a memoria, gli 80s seri, gli 80s sputtanati, il flaming gratuito, i Pixies.

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1. Built To Spill - Center of the universe
2. Armor for Sleep - The truth about heaven
3. Editors - Munich
4. Snow Patrol - Headlights on dark roads
5. Silent Drive - The punch
6. The Futureheads - Fallout
7. At The Drive-In - Lopsided
8. Idlewild - I understand it
9. Toad The Wet Sprocket - Come down
10. AC/DC - You shook me all night long

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