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the district sleeps alone tonight |
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"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."
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mercoledì, 27 aprile 2005 (stamattina, durante l’intervista.)
”secondo te che tipo di impegno richiede fare il dottorato?” ”beh, in primo luogo direi sicuramente una grande flessibilità…” (telefonata delle 14.)
”ho un problema per domani, dovresti fare lezione al posto mio.” ”…ok, e su cosa?” ”non so, guarda fra le vecchie slide, inventati qualcosa…” how do you make god laugh?
make a plan. it's a shame about moonman157 martedì, 26 aprile 2005 e quindi ti avvii verso il ristorante dove ti hanno chiesto di raggiungerle, con l’attitudine di chi ha seminato vento e non vede l’ora di raccogliere una signora tempesta. Daniele è stato la sintesi perfetta tra il sidekick e il motivatore, e adesso guidi con la testa leggermente inclinata in avanti e un riflesso nuovo negli occhi. no, non sono lenti a contatto. è il mirino.
entri, prendi una sedia e fai come se non ci fosse nessuno. in qualche minuto inizi a dubitare di riuscire a vedere anche solo le nuvole addensarsi, stasera. altri minuti e ti rendi conto che sei stanco di farle sembrare che tu le stia correndo dietro – anche perché ci sta credendo. esci con la scusa della sigaretta. esce anche una persona che non avevi nemmeno calcolato. nemmeno mai visto in vita tua. due o tre parole, di dove sei, quanti anni hai, non ti ho mai visto prima, è che tendo a passare inosservato. propone a tutti di raggiungere i suoi amici a milano marittima. tutti, incredibilmente, accettano. milano marittima, 03.45. sono passati sì e no dieci minuti, il posto l’avete visto di striscio e già tutti sbadigliano e pensano di tornare a casa. ricompare lei. la sconosciuta.
”beh, se ve ne andate tutti vi saluto, io mi fermo qui con gli altri…” clic. senti qualcosa scattare. ”…io berrei qualcosa volentieri...” (stai parlando tu. cos’è, sei impazzito?) gli altri hanno un punto interrogativo stampato in faccia e ti guardano. lei è più stupita degli altri. “ok, andiamo”. e così finisci in questo posto minuscolo con persone di cui non sospettavi l’esistenza. non sanno nulla di te, ma non sono a disagio. sono curiosi di capire chi è questo che alle 4 del mattino ha deciso che era ora di trovare gente nuova in una "città" che odia di cuore. sinceramente, vorresti capirlo anche tu. sembra di viaggiare col pilota automatico, sembra di frequentare quel posto e quelle persone da mesi. tu sei sempre più tranquillo. lei/loro sembrano sempre più stupiti. nel frattempo conosci un campionario umano quasi surreale, ma a quest’ora e in questa situazione potrebbe succedere di tutto. potrebbe anche passare il circo, o un vagone in fiamme, e avrebbe perfettamente senso. giochi un colpo bassissimo tirando fuori i Mad Season, e se prima erano stupiti adesso sono sorpresi e sorridenti. uno dei tre ti invita a casa per domani, si mangia qualcosa tutti assieme. vediamo. intanto albeggia. lei ti riaccompagna alla macchina. c’è una nebbia che neanche a silent hill. dal cruscotto sbuca un cd e ti mancano le parole quando lo vedi. un po’ perché lo hai rimesso su da una settimana dopo anni che non lo ascoltavi, un po’ perché non hai mai trovato nessun altro che lo conoscesse. arrivate alla tua macchina ed è mattina dichiarata. “ti chiamo domani, così ci mettiamo d’accordo per andare da […]”. certo. 6.30. scendi e torni alla tua macchina. non ti chiamerà mai. convinto. 15.30, squilla il cellulare.
”allora ci sei? andiamo?” decidi di non metterti a ragionare su come sei arrivato a questo punto. flow. passi a prenderla e arrivate a casa del tipo in questione. ovviamente, non conosci nessun altro. si era detto flow, no? ti siedi, bevi qualcosa e vai avanti. in breve sono tutti curiosi di sapere chi sono e come faccio a conoscerla. ”mah, guarda… tecnicamente non sono ancora 24 ore che ci conosciamo.” il che equivale a rendersi conto dalla faccia di chi ti sta ascoltando che hai avuto un cocktail di coraggio e faccia come il culo non indifferente. passi un bel pomeriggio, continua a sembrare tutto perfettamente normale. bene. flow. alle 7 e qualcosa la riaccompagni a casa, è vagamente nervosa, la aspetta una cena di cui non ha voglia. ”se fuggo subito dopo cena e ti chiamo?” ”ok, non avevo altri impegni.” non chiamerà mai, ma figurati. parte II. ti chiama alle 9, si torna a casa di […] per un fine serata easy. la sensazione di conoscerli da tempo indefinito aumenta di minuto in minuto.
”Gi, ma dove cazzo sei stato nascosto fino ad oggi?” (a fare ombra a un’ameba. e a rendermi presentabile.) sostanzialmente, si beve, si fuma e si ascolta musica. ti passano l’ipod, tocca a te scegliere il prossimo pezzo. la delicatezza del frangente è palese. qui ce la giochiamo. eh sì. evabbè, sotto la cintura allora. Grant Lee Buffalo, Jupiter and Teardrop. (seguono scene da film. applausi, strette di mano, abbracci fraterni, sei-una-cazzo-di-sorpresa-no-tu-sei-una-stracazzo-di-sorpresa. a me queste cose fanno bene.) si finisce la serata sul malinconico. siete leggermente sbronzi, e non avete voglia di lavorare domattina. si riparte verso casa, altri abbracci, sembra la cena dell’ultimo giorno di scuola.
la riporti per la seconda volta a casa. 23 ore che la conosci. ancora non ti capaciti di tutto quello che hai accumulato. ti rendi solo conto che se la 25ma è l’ora del possibile, l’ora che ti manca adesso è quella della conclusione. e considerato che sai già come non andrebbe a finire (perché non è un film, questo), fai l’unica cosa che ha senso dopo 23 ore. e cioè, lasci tutto in sospeso. buonanotte. Just a perfect day
You made me forget myself I thought I was someone else Someone good Oh it’s such a perfect day
I’m glad I spent it with you Oh such a perfect day You just keep me hanging on You just keep me hanging on it's a shame about moonman157 sabato, 23 aprile 2005 “stasera si beve davvero?”
”dilettante. se queste sono domande da farsi, allora puoi startene anche a casa.” prendo qualche accordo volante tra i capelli e la barba con la Mus_A^ (sostanzialmente, si tratta di impiegare qualche minuto in più rispetto al semplice cambio di lametta e cd). undici, undici e un quarto al Bodeguilla.
mentre sono già per strada, Daniele si informa. evidentemente, il segnale è alto e la serata è limpida. ”sono già qui”, dice. ci credo il giusto. ci credo un po’ di più quando arrivo e dopo un rapido cenno con il capo è già al bancone a raddoppiare l’ordinazione. volano discorsi fatui solo in superficie. progetti per il weekend, dove sono gli altri, cosa fare se improvvisamente ti trovi troppa gente interessata, e soprattutto l’inutilità dal punto di vista legale di chiamarsi isabelle.
si decide di fare un po’ di fondo prima del secondo giro (visto che nessuno si è presentato, offro agli amici che è comunque più divertente). nel frattempo arrivano gli altri (i dilettanti). ciccio decide che è ora di stupirmi e così scopro che si è comprato qualche cd dei Death Cab (prima reazione utile: “cazzo, posso abbracciarti?”). la Mus_A^ osserva silenziosa e compiaciuta (suppongo) mentre fa i conti con una coca piccola che, causa ridotte capacità uditive della barista, si è trasformata in un coca e rum. elia mi trascina in una discussione musicale da cui quasi non riesco a tirarmi fuori e si gioca l’asso poco prima della fuga: “consigliami un cd degli After, gli ultimi tre ce li ho già”. la domanda e la risposta suonano quasi retoriche. gli architetti sono qua, hanno in mano la città. in qualche minuto siamo a le bittèr. accusiamo lo sbalzo di temperatura mentre facciamo ancora finta di reggere parlando del nuovo degli eels. al guardaroba siamo già meno convinti. mentre entriamo in pista è lapalissiano che abbiamo preso una sbronza di dimensioni generazionali.
la sensazione è vecchia, nel senso che riporta alla mente certe serate estive ai tempi del liceo. ho trent’anni, adesso ne ho venticinque, adesso di nuovo diciannove. siamo molesti, scoordinati e rumorosi. ci guardiamo attorno ridendo in faccia a chi osserva perplesso, air guitar come se piovesse su qualunque pezzo. (arrivano chiamate e messaggi inopportuni. “lo so, ha cercato anche me. ho spento il telefono.”
e dov’è il problema? spengo anch’io.) mi gioco un’occasione alla cazzo, con la solita scusa del non-ne-ho-voglia-e-basta. non so se mi prende meglio sentire i Bloc Party o i cranberries d’annata. esco a fumare e rientro giusto in tempo per l’assolo di My Sharona.
(e poi si va in discesa. altri giri al bar, guarda-che-se-la-stanno-intortando-ah-sì-e-chi-se-ne-frega, dieci minuti di 80s sputtanati e poi di nuovo alle macchine.)
passeggiata in silenzio. Cesenatico di notte sembra più vulnerabile. oh well, whatever. nevermind.
it's a shame about moonman157 venerdì, 22 aprile 2005 ok, quest’anno il Lollapalooza c’è. solo per un weekend, a Chicago, ma c’è.
e ci sono Pixies, Weezer, Death Cab for Cutie, Killers. più una marea di altri nomi che solo se li leggo tutti insieme mi viene una serie di svenimenti (sempre che sopravviva all’infarto che mi si ripresenta ogni volta che leggo quei quattro nomi e me li immagino nello stesso posto). altre informazioni qui. chi viene?
(ah, e il 2 luglio ci sono i New Order a Torino. chi viene parte II?)
it's a shame about moonman157 venerdì, 22 aprile 2005 riflessioni degli ultimi dieci minuti sms: “ok, oggi cerco di passare così mi racconti com’è andata ieri.”
e infatti, sono in studio da solo più o meno da stamattina.
mi piace l’idea, oggi rinnego in tutta tranquillità quello che ho scritto qualche post fa. oggi è un bel venerdì. sparpagli sulla scrivania tutto quello che ti pare, articoli, libri e fotocopie che si ammucchiano in ordine rigorosamente casuale (così, ogni volta che ti serve qualcosa, perdi quei cinque-dieci minuti a cercarlo nel casino più completo). portafogli, chiavetta del distributore, sigarette, occhiali… il cellulare entra in sciopero a metà pomeriggio e non hai la batteria di ricambio. bene, esclusa ogni probabilità di ricevere telefonate inopportune. un caffè in più oggi te lo puoi anche permettere. mail: “mi aspettate per pranzo fino all’una? sono infognato in un articolo.”
eccerto che mi aspettano. oggi è un venerdì easy going. una delle prime volte che vedi le tue colleghe più rilassate del solito. ti passa quasi la voglia di fare del sarcasmo. quasi, non del tutto… non si sa mai che perdano l’abitudine.
sorridi alla cassiera della mensa perché non hai dodici centesimi e ti deve riempire di monete come un forziere per darti il resto. sorridi al barista che si è già perso in mezzo alle ordinazioni e dici “normale, grazie” con un tono benevolo che sottintende “mica come ‘ste fighette che vogliono il macchiatoschiumatodorzointazzagrandefreddaeunbicchieredacquagassata”. sorridi alle studentesse che ci mettono un quarto d’ora a trovare un accendino da prestarti e ovviamente non funziona. phone call: “mercoledì ci sei? festeggio il compleanno, e lo so che se non ti invito personalmente ti offendi…”
no, non ci sono. scusa ma non ho nessuna voglia di sbattermi fino a [...] per sentirmi dire che non mi sopporti prima ancora che apra bocca. e poi mercoledì ho le prove, mica cazzi. sì, sono più importanti le prove. che ci vuoi fare, è una gara persa in partenza. anzi, non c’è proprio una gara e sarebbe stupido pensare che possa essercene una.
si fanno le cinque, e stai bene qui. nessuna voglia di alzarti dalla poltroncina. riordini un po’ e sparpagli le idee per la serata. hai quattro libri da riconsegnare in biblioteca, sei già in ritardo di qualche giorno. oh beh, aspetteranno. fuori c’è ancora il sole. mandi un fax, passa una prof e ti chiede cosa ci fai ancora qui. è venerdì per tutti, no?
ti porti un minimo di lavoro a casa, più che altro per sentirti a posto visto che ci sono delle scadenze che aleggiano. il cellulare non ne vuole sapere di riaccendersi, pazienza. lights out. vado a vedere che succede al mare.
it's a shame about moonman157 mercoledì, 20 aprile 2005 mi casca l’occhio su alcuni referrers:
it's a shame about moonman157 mercoledì, 20 aprile 2005 Interpol (Vox - Nonantola, 17/04/2005) nonostante trenitalia, l’accompagnatrice ufficiale ai concerti® riesce ad arrivare a modena per le otto e mezza. stavolta il navigatore lo faccio quasi tutto io da solo – e per essere uno che ha il senso dell’orientamento di un gatto con le vertigini chiuso in un sacco, uscire dal centro di modena e arrivare al vox diventa un’impresa da raccontare ai nipoti (cioè a nessuno, viste le mie attuali possibilità di riproduzione).
“scusa, chi ha già il biglietto che fila deve fare?”
”la stessa di chi non ce l’ha.” ”ah beh, logico. non fa una grinza.” (da grande voglio fare l’omino della security e campare tranquillo nell’ottundimento dei sensi e della coscienza.) dentro, gli spoon hanno già iniziato a suonare. peccato, ero curioso di ascoltarli… riconosco The way we get by, e mi si stampa un sorriso in cinemascope quando decidono di chiudere il set con Lowdown dei Wire. peccato, la finezza scivola via in mezzo all’indifferenza generale.
il vox continua a riempirsi e quando i quattro salgono sul palco c’è un discreto affollamento. optiamo per le retrovie, mi ricordo ancora troppo bene la gente che sveniva per il caldo durante il concerto dei Blur. come a rimini, non c’è molto da vedere se non le loro silhouettes nere, illuminate da dietro e in mezzo a nuvole di fumo. la scaletta pesca in egual misura da Antics e Turn on the bright lights. il solito inizio con Next exit, subito dopo Slow hands e Narc, e poi il primo (e quasi unico) scossone emotivo. Stella was a diver and she was always down, e come sempre mi domando perché quando la sento su cd non mi fa nessun effetto e poi quando arriva dal vivo è come un’esplosione sott’acqua. stavolta ho quasi afferrato il motivo e me lo dimenticherei volentieri in fretta. vanno avanti per tutto il set a proporre tre pezzi di Antics e uno di TOTBL con una rigidità quasi teutonica. un paio di lampi con Not even jail e Obstacle 1. continuo a sentire paragoni con i Joy Division, però continuano a ricordarmi Echo & The Bunnymen (sarà per come suona Daniel Kessler). sui pezzi non c’è niente da dire, meravigliosi come sempre, ma la resa è calligrafica e l’effetto se-restavo-a-casa-e-mettevo-su-il-cd-era-lo-stesso aleggia pesantemente. mi guardo attorno e vedo comunque gente seriamente entusiasta ed esaltata. mi preoccupo, forse sono più arido di quello che penso. ascolto qualche commento. “oddio, la sigla di avere vent’anni”, oppure “evvai, quella del video col pupazzo”. ah beh, ok. tutto più chiaro adesso, mi sento più tranquillo. non so perché, ma ogni volta che sento il giro di basso di Evil mi aspetto che debba iniziare un pezzo dei Pixies. ad ogni modo, nella cupezza generale sono tre minuti e qualcosa di luce. ci vorrebbe C’mere, ma aspetterò invano. finta chiusura del set con PDA, ripetono il trick di interrompersi tutti a metà canzone. sinceramente, più che aumentare la tensione il giochetto la fa precipitare. pantomima dell’uscita, pantomima degli applausi, pantomima del rientro. i bis valgono il prezzo del biglietto da soli, NYC è una scia luminosa, Say hello to the angels e Roland più quadrate e violente di quanto mi ricordassi. si finisce su una specie di improvvisazione chitarra e batteria, un po’ noise e un po’ non so dove andare a parare. ora, non posso dire che non mi sia piaciuto. adoro quelle canzoni. sebbene sia volato qualche scazzo qua e là, la resa tecnica era ineccepibile. forse tutto un po’ troppo quadrato e marziale, ma in generale la differenza si sentiva già ascoltando Antics. il problema è che.
il problema è che sembrava di guardare un iceberg. maestoso, imponente, scintillante, affascinante, ma sempre un iceberg. la prima volta che durante un concerto mi viene voglia di fare un salto al bar e magari fare due chiacchiere con qualcuno. suppongo che continuerò ad andare a vederli quando ci sarà l’occasione, ma suppongo anche che le cose non cambieranno molto. finito lo spettacolo, ci si sposta a parlare un po’ fuori dal vox. rivedo volti che ritrovo regolarmente ai concerti, qualcuno acquisisce una voce, qualcuno no. riesco a vedere di persona un paio di facce che fino a poco prima erano solo commenti su un blog e che – per motivi differenti – mi incuriosivano. proviamo ad aspettare un po’ in zona tour bus, ma stasera non si fa vedere nessuno.
macchina e back to bolognatown. la caldaia non funziona, i tombini sono otturati, la Mus_A^ non va più a milano, domattina devo inventarmi il tempo di andare all’ordine a iscrivermi. come dire, è lunedì e si vede.
it's a shame about moonman157 giovedì, 14 aprile 2005 suppongo che sì, sarebbe più facile se si disintegrassero. ci vorrebbe qualcosa di potente… chessò, un arma capace di emettere un raggio di pura antimateria*, un invertitore di polarità che agisca sulle loro particelle, qualcosa che li trasformi in un piccolo buco nero che ingoia tutto quello che li circonda, la porzione di spazio in cui vivono e si muovono, i ricordi che creano…
sarebbe interessante vederli fare la fine di una stella. espansione fino al livello del collasso, e poi implosione. a volte diventano un sassolino in via di raffreddamento, altre volte qualcosa di talmente denso che non riesce più a emettere nulla, ma solo ad assorbire.
e per dirla con Watchmen, spesso tutto quello che vediamo delle stelle sono le loro vecchie fotografie. la luce arriva ancora, ma da anni di distanza. abbastanza da immaginare che in realtà la reazione chimica che l’ha generata non sia più attiva, e che quindi sono solo gli occhi, il tempo e la relatività che ci ingannano.
spero che tu stia meglio presto.
*citazione stracult.
it's a shame about moonman157 martedì, 12 aprile 2005 ogni momento è buono per un insight oggi non passa neanche a spingerla. ultima mezz’ora e procedo ad esaurimento scorte, non so con che faccia mi presento domani.
un po' detesto l’idea di fare formazione a gente a cui so già che non gliene potrà fregare di meno di:
a) trovarsi la mia faccia davanti; b) sentire parlare di problem solving e comunicazione; c) passare un pomeriggio extra in ufficio solo perché il dirigente di settore ha deciso che è ora di aggiornarsi. mi rassegno ai fatti, ora come ora sono una puttana. di lusso, con eloquio fluente, abilitato alla professione, ma pur sempre una puttana.
(evabbè, quando esco vado a comprarmi un cd. tiè. shopaholic is the law.)
it's a shame about moonman157 lunedì, 11 aprile 2005 (sarebbe da leggere ascoltando l’apposita canzone, pensando a Memento e possibilmente facendosi un tour nella mia testa. insomma, serve solo a me. so fucking what.)
On the floors of Tokyo
Down in London town’s a go-go With the record selection and the mirror's reflection I’m dancing with myself decidete di rientrare quando dall’interno arrivano ancora suoni sinistri. ancora in quattro quarti. ancora house. fino a qualche minuto prima parlavate di elettronica. apprezza i chemical brothers. tu li apprezzi solo quando li senti in discoteca.
”dai, ritentiamo gli ultimi dieci minuti prima di andare via… magari danno qualcosa di interessante.” ti fermi nella zona del bar, prendi qualcosa da bere. passano i dieci minuti, nessuno accenna all’idea di andare via. state aspettando che dalle casse esca qualcosa di interessante e si vede. si scivola a parlare di musica italiana. la prima volta che qualcuno ti nomina Cristina Donà prima che lo faccia tu, assieme alla prima volta che qualcuno non ti dice “ma no, tamara donà, quella che lavorava in tv”. (yeah, sure. e io sono samantha de grenet). ad ogni modo due a zero per lei. incasso volentieri. largamente oltre i dieci minuti, Police. praticamente una chiamata alle armi. resti per tutta la fase 80 sorridendo silenziosamente. passano i Violent Femmes. la vedi spostarsi, tornare e spostarsi ancora. non pensi neanche lontanamente a una rotta di avvicinamento. va assolutamente bene così. Oh, when there's no one else in sight
In the crowded, lonely night Well, I wait so long for my love vibration And I'm dancing with myself opti per una pausa di riflessione con la scusa della sigaretta e della deriva house della musica.
”oh, esco anch’io, prendiamo un po’ d’aria”. la tua faccia è sempre più stupita (sempre con la T). finite a parlare delle canzoni che non conosce nessuno lì dentro e che vi ritrovate abitualmente a ballare da soli. tipo i Violent Femmes, butti lì con l’aria di sfida del tipo adesso-ti-becco-di-sorpresa. nessuna sorpresa, li conosce. dev’esserci la fregatura da qualche parte. Oh, oh dancing with myself
Oh, oh dancing with myself Well there's nothing to lose and there's nothing to prove And I'm dancing with myself fate qualche giro per il locale, ormai le facce sono sempre le stesse. sembra di stare a casa, sotto sotto è rassicurante. sai esattamente come andrà a finire, sai che non succederà assolutamente nulla. di tanto in tanto vi fermate a parlare. non scappa. oddio, allora forse non fai paura. allora è ora di pensare ad una scusa differente.
If I looked all over the world
And there's every type of girl But your empty eyes seem to pass me by And leave me dancing with myself incroci visi e occhi che vedi da svariate settimane, solo che stavolta non si girano dall’altra parte. pensi a un vecchio amico che ti diceva sempre “ripicca, competizione, territorio”. sorridi e passi oltre. sarà finito da qualche parte, non si fa sentire da quasi quattro mesi. tutto sommato, non ti manca più di tanto. e poi aveva una ragazza insopportabile, un’ameba senza uno straccio di personalità, una di quelle che fuori dal cinema, appena finito Lost in translation o Punch drunk love, si girava e sapeva solo dire uhmmmsìcarino e poi correva a casa a guardare ghost.
So let's sink another drink
'Cause it'll give me time to think If I had a chance, I'd ask one to dance And I'd be dancing with myself stai finendo il mojito, gli altri se ne sono andati (dicono, in realtà sono dieci metri più in là, ma non vuoi far vedere che te ne sei accorto subito e li lasci credere che ti possano studiare a distanza indisturbati). si siede lì vicino.
“io avrei quasi voglia di andare a ballare”. tu ci vai tutti gli stramaledetti venerdì, e di solito sempre nello stesso posto. “ok, va bene, allora andiamo”. cerchi di nascondere la faccia stupita (stupita, con la T) e vi avviate alla macchina. Oh, oh dancing with myself
Oh, oh dancing with myself Well there's nothing to lose and there's nothing to prove And I'm dancing with myself “beh, allora buon viaggio. magari ci si rivede quando torni.”
"già, tanto adesso so dove girate.” “ok… buonanotte.” (e – non detto – grazie. il venerdì che non mi aspettavo. né pressioni, né aspettative, né conclusioni. solo una faccia nuova che non sembra il coperchio di una scatola vuota.) it's a shame about moonman157 |
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