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the district sleeps alone tonight |
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"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."
giugno 2006 maggio 2006 marzo 2006 gennaio 2006 dicembre 2005 novembre 2005 ottobre 2005 settembre 2005 agosto 2005 luglio 2005 giugno 2005 maggio 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 gennaio 2005 a gentile richiesta books:
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mercoledì, 29 giugno 2005 il fatto che io stia prendendo fuoco non è una scusa per andarsene ultimamente c'è una nota leggermente stonata.
non ho voglia di scriverci sopra perché sarebbe infantile, sleale e platealmente stupido. oltre che sicuramente parziale e distorto. però.
se passa, bene.
se non passa, è stato un piacere ma vivo lo stesso. i problemi sono altri. it's a shame about moonman157 lunedì, 27 giugno 2005 giovedì sera Daniele si è presentato in sala prove armato di lumix e ne è uscito un paio d’ore dopo con la bellezza di tre award. primo fotografo ufficiale della band, primo essere umano ad uscire da là dentro senza essersi bevuto nemmeno una birra e soprattutto prima volta in quindici anni che lo conosco che si presenta alle prove di una qualsiasi delle band in cui ho suonato. due di queste cose mi inorgogliscono e una mi insospettisce ma non specificherò quale.
so solo che dopo aver passato un pomeriggio a domandarmi se fosse il caso di postare qualcuno dei risultati, ho scoperto che mi ha fregato sul tempo.
(a questo punto rompo gli indugi e linko la gallery. e che cazzo.)
it's a shame about moonman157 sabato, 25 giugno 2005 avviso ai naviganti: questo è un post destinato a una ventina di persone al massimo. una ventina di persone che hanno avuto la fortuna/sventura di ritrovarsi ogni mattina nella stessa stanza tra la metà di settembre del 1990 e gli inizi di giugno del 1995, con qualche strascico fino a metà luglio dello stesso anno.
pila in hostes immittunt -> si lanciano tra i nemici col pilastro.
scatole vuote del castiglioni mariotti che volano da una fila all’altra e destinatari del lancio che pensandole piene si cappottano per evitarle. lanci del peso battezzati non regolamentari solo perché non erano presenti giudici del coni e perché il peso era un invicta (se il mondo si fermasse per questi futili dettagli saremmo ancora nel medioevo). ”ci sono 13 cc di acqua in più”. “li bevo”. una cancellatura su un test di filosofia che si traduce in una risonanza di correzioni all’unisono (con annesso fruscio di una ventina di fogli girati contemporaneamente). sbronze in una stanza di albergo a Praga a base di vodka. calda. cieli rosso mattone dalle finestre di un ostello di Roma, e pioggia dello stesso colore. calorose accoglienze ai partecipanti alle olimpiadi di matematica. il 184. il muro provvisorio spostato di due dita. e tutto il resto, quello che è riemerso stasera e quello che se ne è rimasto in attesa di essere ritrovato. con tutto il dovuto rispetto, baciatemi il culo e guardate chi vi ho ritrovato. e adesso fuori la macchina, che in un paio d’ore andiamo a ripescarlo. attendo istruzioni.
it's a shame about moonman157 venerdì, 24 giugno 2005 sarà sicuramente una coincidenza ![]() l’immagine a sinistra è la copertina di uno degli album storici per l’underground americano e non solo. l’immagine a destra è la nuova campagna pubblicitaria nike skateboarding per l’east coast tour in arrivo.
la cosa divertente è che la nike non ha chiesto nessun tipo di autorizzazione alla Dischord (l’etichetta della band) per l’utilizzo dell’artwork in questione.
lungi da me fare il no global di ‘sto paio di palle, però mi viene da pensare che:
- la Dischord è una delle etichette indipendenti con una posizione anti-major tra le più rigide e coerenti sul mercato (tutti i cd escono a un prezzo fisso di dieci dollari e non esiste merchandising come magliette e poster, tanto per fare un esempio); - l’atteggiamento nike sarà stato molto probabilmente del tipo “intanto prendiamo l’immagine, poi se ci denunciano li sistemiamo a suon di assegni prima di arrivare in tribunale” (e la campagna così resta attiva); - qualche mese fa si parlava di proprietà (e appropriazione indebita) di idee, ma qui mi sembra che si passi al livello successivo… i Minor Threat sono uno dei simboli dell’hardcore punk non solo come genere musicale ma anche come movimento culturale, oltre che i progenitori dello straight edge (e secondo alcuni, anche delle derive emo degli ultimi tempi). di conseguenza, usare quell’immagine significa implicitamente associarsi ad una cultura e uno stile di vita che con nike ha veramente poco a che fare, oltre che cercare di riguadagnare credibilità con fasce di mercato più estreme rispetto al kid medio americano che si sente paurosamente punk perché è uno skater, si è tatuato e va al warped tour (tutto con i soldi del papy, ovviamente). ecco. se penso a queste cose tutte assieme mi viene un leggero senso di fastidio. ma proprio leggero leggero leggero.
(da pitchfork)
update: in seguito alle polemiche, nike ha ritirato la campagna e ha pubblicato sul suo sito una lettera di scuse. io, se fossi nella Dischord, li porterei in tribunale lo stesso... tanto i soldi per pagarsi gli avvocati e per un settling out of court alla nike dovrebbero averli.
(sempre da pitchfork)
it's a shame about moonman157 mercoledì, 22 giugno 2005 The Tears - Here come the Tears (2005) disclaimer: abbandono immediatamente ogni pretesa di obiettività. non è proprio questo il caso.il nome The Tears in sé non direbbe assolutamente nulla, se non fosse che dietro quella sigla si nasconde un piccolo evento. perché dopo anni di acrimonia, dichiarazioni velenose, abusi assortiti e risultati alterni due signori inglesi hanno ricominciato a scrivere canzoni assieme. due signori che rispondono ai nomi di Brett Anderson e Bernard Butler. che tradotto per i non iniziati vuol dire Suede.
ora, io ho amato i Suede in entrambe le fasi, con e senza Butler. li ho visti dal vivo solo nella seconda fase e li ho adorati. resta il fatto che però i primi due album sono qualcosa di assolutamente intoccabile, e lasciano capire senza troppi dubbi perché si parlava di quei due come dei nuovi Morrissey e Marr.
e adesso ci sono i Tears. ce ne sarebbe abbastanza per preoccuparsi e gioire contemporaneamente… ed è la sensazione esatta con cui giravo per il centro commerciale, indeciso se portare il cd a casa e stappare una bottiglia o lasciarlo sullo scaffale e fare finta di niente, tenendomi stretti i ricordi e basta. ho evidentemente optato per la prima. in modo meno evidente ho optato per una sospensione acritica della capacità di giudizio, perché nel momento in cui è iniziata Refugees ho mollato ogni resistenza e mi sono lasciato prendere in pieno. melodie trascinanti, profluvii di archi, interpretazioni stracariche. se volessi fare il critico a tutti i costi direi che Dog Man Star è un altro pianeta e i due si tengono dalla parte del sicuro, sistemandosi tra gli ultimissimi Suede e le cose più recenti di Morrissey. direi che il senso di decadenza e di sleaze che arrivava da cose come Animal nitrate o We are the pigs se n’è andato tranquillamente in pensione, ma resta il desiderio di – per dirla con uno dei titoli – “a love as strong as death”. direi che nonostante tutto Butler resta uno dei migliori chitarristi che si siano visti negli ultimi anni e che Anderson canta ancora come una drama queen (The ghost of you, Lovers, Fallen idol, Beautiful pain) seppure l’età abbia limato gli eccessi e l’estensione. direi che alla fine, sulla soglia dei quarant’anni, quando non ha più senso parlare di New generation ma casomai di Brave new century, i due hanno tirato fuori dal cilindro un album di confezioni pop eleganti e vagamente epiche, senza calcare troppo la mano sul pathos e con molto mestiere. il fatto è che non voglio fare il critico a tutti costi ma il fan senza ritegno. mi rimetto le cuffie e torno a guardare la finestra abbracciato al cuscino. statemi bene, io ho un po’ da fare con la mia ex-teenage angst.
And I cling to my pillow
And scratch at my veins You kiss like a killer You’re such a beautiful pain it's a shame about moonman157 martedì, 21 giugno 2005 Oh Mother, I can feel the soil falling over my head
and as I climb into an empty bed Oh well. Enough said. I know it’s over – still I cling I don’t know where else I can go Oh Mother, I can feel the soil falling over my head
see, the sea wants to take me the knife wants to slit me do you think you can help me? Sad veiled bride, please be happy handsome groom, give her room loud, loutish lover, treat her kindly (although she needs you more than she really loves you) and I know it’s over – still I cling I don’t know where else I can go I know it’s over
and it never really began but deep in my heart it was so real and you even spoke to me, and said: “If you’re so funny
then why are you on your own tonight? and if you’re so clever why are you on your own tonight? if you’re so very entertaining why are you on your own tonight? if you’re so terribly good-looking then why do you sleep alone tonight? I know, because tonight is just like any other night that’s why you’re on your own tonight with your triumphs and your charms while they’re in each other’s arms…” It’s so easy to laugh
it’s so easy to hate it takes strength to be gentle and kind it’s so easy to laugh it’s so easy to hate it takes guts to be gentle and kind Love is natural and real
but not for you, my love not tonight, my love love is natural and real but not for such as you and I, my love Oh Mother, I can feel the soil falling over my head...
it's a shame about moonman157 lunedì, 20 giugno 2005 lo capisci dal passo.
it's a shame about moonman157 sabato, 18 giugno 2005 cose interessanti da scoprire il venerdì sera la preseason ha funzionato, reggo bene.
un pezzo come Otto giorni è la dimostrazione che un 4/4 sparato e bicordi stoppati sono tuttora una combinazione difficile da battere.
quando entro al molo in fase di scazzo avanzato c’è sempre, sempre la stessa stramaledetta canzone dello stesso stramaledettissimo contadino della bassa, che se andasse ad arare i campi farebbe un favore al mondo. o sono particolarmente sfigato (probabile) o entro sempre alla stessa ora (altrettanto probabile).
la decisione di prendere la bici e tornare a casa inizia molto prima del momento in cui ti stacchi dal bancone dopo l’ultima bevuta.
mentre tutti si organizzano per passare il sabato al mare io penso a dove andare a comprare i Feeder.
mezza facoltà è convinta che sia gay e non so cosa fare per convincerli del contrario. per l’altra metà sono semplicemente trasparente, ma quello ormai è un dato di fatto.
“prego, figurati” non è più interpretata come una frase gentile.
dopo le tre se vedo la gente ballare mi viene voglia di scappare a casa e mettere su i dEUS (maladjusted, maladjusted, never to be trusted).
e soprattutto, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni e assomiglia al viale carducci.
faccio finta che le cuffiette siano una radio e vi dedico Instant street. il miglior finale di canzone per il solito finale di serata.
And this pain in my side, I had enough.
it's a shame about moonman157 giovedì, 16 giugno 2005 inciampo in una frase che mi canto in testa da anni.
For every word that I write
They don’t mean much as barricades non so. ho iniziato a scrivere qui con l’idea di farlo quando lo sentivo necessario, sia che avessi bisogno di riprendere le misure ad una distanza che avvertivo particolarmente opprimente, sia che volessi parlare di qualcosa che mi aveva colpito, sia che fosse il momento di allentare la tensione con quattro cazzate.
e quindi, anche se alla fine non tengono, le parole diventano barricate. barriere di protezione, se vogliamo. ma mi rendo conto che non sono barriere verso l’esterno, quanto piuttosto un tentativo di arginare e dare una forma a quello che ti passa per la testa e che non è il caso di trattenere all’interno. mi rendo anche conto che diventa una soluzione di comodo, a volte. e se fosse tutto solo un’espressione di scarso adattamento? voglio dire, dovremmo essere capaci di gestire e controllare l’ansia. sfruttare l’opportunità di (de)scriverla e farla diventare qualcosa di separato e distaccato da te è un po’ l’atteggiamento del neonato, che non è capace di controllare gli impulsi ma tanto ha il pannolone che li raccoglie.
le parole non sono barricate verso l’esterno perchè altrimenti ce le terremmo per noi. o almeno scritte dove nessuno le può leggere.
giorni fa luciferino parlava di una sindrome da post compulsivo, ovvero l’ansia di dover mettere ogni giorno qualcosa in rete. per estensione penso: ok. e poi? e poi corri a controllare se qualcuno ti ha lasciato un commento. l’occhiata a shinystat per vedere le chiavi di ricerca o i siti di provenienza. diventa un sistema di comunicazione più ampio, credo. non ho aperto un blog per sentirmi alla pari con gli amici che l’avevano già, ma mi fa piacere quando passano e ti dicono qualcosa. così come mi fa piacere, quando è possibile, continuare i discorsi fuori dal monitor e dentro un locale. oppure iniziarli fuori e portare qui dentro solo le conclusioni, e vederle talmente rarefatte e isolate da perdere qualsiasi significato o da assumerne uno totalmente differente.
non ho aperto un blog per conoscere gente nuova, ma mi piace quando capita qui qualcuno di cui non immaginavo nemmeno l’esistenza, se non quando penso agli “altri” in termini generici. a volte trovi il modo e la strada per continuare, a volte no. forse le parole sono davvero barricate. però se ne trasforma il compito di fondo. barricate scintillanti che dovrebbero far venire voglia di scavalcarle.
(o forse è solo l’evoluzione naturale del mondo delle chat, dove ti potevi permettere parallelamente di nasconderti e di aprirti. ma che alla fine si sovrappone al 99,9% al mondo di quelli che aprono google e digitano free sex. stiamo lavorando al più grosso spot autopromozionale che possiamo mettere in rete, allora?)
non so. non so nemmeno perché mi sia scattata la molla di questa riflessione (forse perché qualcuno mi ha sgridato per l’ennesima volta visto che ho tempi abbastanza variabili nell’aggiornare questo piccolo mostro). si tratta solo di dubbi intrecciati a idee, il tutto impacchettato in due strati di ennui da dopo pranzo. non voglio generalizzare e non ho intenzione di colpire nessuno, è solo che – ops – non sono riuscito a trattenermi. per fortuna ho il pannolone.
it's a shame about moonman157 sabato, 11 giugno 2005 se servi a qualcosa, allora trovati un nome semplice. e che cazzo.
it's a shame about moonman157 |
i R.E.M., suonare, mangiare cinese, il cinema, mangiare thai, internet, girare in bici, comprare cd, perdere tempo al centro commerciale, stare all'università, leggere, il geekPod, Angelina Jolie, Lamù, Uma Thurman, le cravatte, le camicie strette, le adidas superstar, passare inosservato, gli Smiths, il bianco e nero, vedere i Simpson anche se ormai li conosco a memoria, gli 80s seri, gli 80s sputtanati, il flaming gratuito, i Pixies. imparare HTML, le recensioni snob di Pitchfork, i blog che si piangono addosso, i blog gotici, i blog letterari, chi commenta sui blog per abbordare, le suicide girls, quattro irlandesi senza idee che fanno politica no global così la gente compra i cd per la causa e non ascolta (perchè la gente è stupida), il service pack 2, la sveglia a qualunque ora, chi si sente in colpa per farti sentire in colpa e sentirsi meno in colpa, le passeggiate inutili la domenica pomeriggio. www.flickr.com
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