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the district sleeps alone tonight |
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"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."
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venerdì, 26 maggio 2006 inizia così.
un mercoledì sera qualsiasi verso la fine di marzo vi fate prendere dall’impeto e decidete che no, non si può andare avanti senza uno straccio di cd fatto seriamente. di conseguenza, il weekend successivo viene dedicato ad aggiornare il sistema operativo del computer, installare un software di registrazione decente e poi, nella migliore delle ipotesi, a mettere giù le tracce della batteria.
“nella migliore delle ipotesi” si traduce velocemente in “la prossima settimana” quando all’ennesimo crash del sistema decidi che il prossimo che ti consiglia di passare al mac perché non si pianta mai lo prendi affettuosamente a calci in culo.
i lavori procedono spediti, quattro ore a testa, un’etica del lavoro che non consideravi possibile. inizi a scattare foto un po’ per documentare tutto il procedimento, un po’ per non addormentarti. la tentazione si fa avanti subdola, prima è un’idea che si annida dietro la testa e poi poco alla volta si fa sempre più presente: sta venendo tutto abbastanza bene, perché non andare a registrare le voci e fare il mixaggio in uno studio serio? (già, perché?)
e così la settimana successiva ti ritrovi a cuffie in testa davanti a un microfono da tremila euro. hai quasi paura ad avvicinarti o urlare troppo, hai quasi paura che sottolinei ogni singola imperfezione… no, aspetta. hai paura. una paura fottuta e basta.
tutto sommato si scioglie in fretta. quando senti il risultato ti ritrovi a farti palleggiare dal dubbio, indeciso se pensare che con gli anni hai smesso di fare il perfezionista o se invece è andato tutto liscio e rilassato come sembra (o una combinazione delle due). vi guardate in faccia mentre ascoltate le tracce nude e crude. ok, si mixa e via. quanto ci vorrà mai, sono quattro canzoni… (già, quanto ci vorrà mai?)
dopo due settimane la pazienza inizia a scarseggiare. la vita che fai è alzarti, andare a lavorare, uscire alle 18, chiuderti in studio senza passare da casa e senza cenare, sentirti dire “a mezzanotte abbiamo finito”, uscire dallo studio alle 2 quando va bene. non vedere la luce del sole. sentire lo stesso brano per ore di fila. valutare se è meglio il riverbero campionato in una cattedrale o quello del cestello della lavatrice. scegliere se filtrare la voce in un citofono piuttosto che in un telefono piuttosto che in un megafono piuttosto che in un sailcazzocosafono.
non sarebbe un problema enorme, se non fosse che nel frattempo, di giorno, la tua vita va avanti. bastano due telefonate a metterti di fronte all’idea che metà del progetto che hai meticolosamente steso nei mesi precedenti sparisce con un rumore di sciacquone. quindi quelle ore fra le 8 e le 18 le passi davanti a tonnellate di libri e articoli, ad inventarti un’idea nuova, a incastrarla in quello che hai già fatto e poi a rimirarla pensando “ehi. funziona”.
nel frattempo, ti accorgi che ti piacerebbe diventare d’acciaio. almeno avresti una scusa decente per le stronzate che spari alle persone che ti circondano. invece così ti ritrovi ad allontanare nel giro di una settimana tre delle persone che ritenevi fondamentali senza nemmeno accorgertene. ci vorrà un’altra settimana per recuperarne una. ci vorrà un mese per recuperarne un’altra, e una serie di tocchi di diplomazia e di psicologia sociale da parte di chi vi circonda.
(al momento la terza risulta ancora dispersa, le previsioni non parlano di schiarite ma sei abbastanza ingenuo/stupido/sailcazzocosa per pensare che sia semplicemente una pausa fisiologica e che alla fine, quando si abbassa il polverone la traccia di punti luminosi resta visibile.)
ah. ovviamente il tempo continua a scorrere. il che non sarebbe una cosa preoccupante in sé e per sé, se questo non significasse che qui, signore e signori, è ufficialmente arrivata l’estate. riprendi il tuo sgabello al Bodeguilla come se nulla fosse, riprendi la vita dei weekend in cui dormi meno che durante i giorni di lavoro. un sabato mattina ti svegli in macchina col cellulare che suona, sono le 9.37 e qualcuno ha pensato che fossi morto (mentre invece eri solo parcheggiato).
tutto questo ricade ancora nel famoso frattempo di cui sopra. già, perché parallelamente la vita da doppio lavoro non è finita. ci vogliono ancora ore, poi giorni, poi un paio di settimane per arrivare a mettere le mani su un dischetto argentato che porta stampate le parole “fine (e che cazzo)”.
un po’ alla volta, la vita ricomincia a sembrare normale. riesci a organizzare un altro volo verso l’impero britannico, altri quattro giorni in cui riprendere a respirare normalmente. anche se piove e c’è un vento che neanche a trieste, anche se la cattedrale di Canterbury continui ad averla vista solo dall’esterno, anche se quando sali sul London eye non si capisce se attorno il sole stia tramontando o no. sinceramente, non importa. c’è altro da vedere e sentire.
un po’ alla volta, il lavoro ricomincia a sembrare normale. spedisci una mail a un nome che avevi sempre e solo letto nei libri, e quel nome ti risponde dopo tre giorni. giusto per dirti che sì, ok, ti aspettiamo qui in Kansas il prossimo ottobre. non hai più una paura fottuta adesso. una sera torni a casa e riapri il browser a un indirizzo di cui ti eri un po’ dimenticato. ops. non ti eri accorto che – sempre in quel famoso frattempo – ti era sparita la voglia di scrivere. qualcuno ti fa notare che così non si fa.
è notte inoltrata, hai passato la sera fra un paio di mojito, un dvd di un concerto e discorsi troppo seri per essere giovedì. ti risuonano ancora nelle orecchie le parole che hai canticchiato fino a qualche minuto prima. Listening to you I get the music
Gazing at you I get the heat Following you I climb the mountain I get excitement at your feet fai due più due con i messaggi che hai letto da poco, e improvvisamente i conti tornano. pensi a qualcuno che ti dice che si vede quando fai qualcosa che ti piace, e sorridi. pensi anche a quel dischetto argentato, e sorridi. qualcosa fa click.
non so se ripassa qualcuno, ma direi che mi siete un po’ mancati.
P.S.: il frutto delle mie ore di sonno mancate adesso è qui. attendo di essere sbeffeggiato.
it's a shame about moonman157 |
i R.E.M., suonare, mangiare cinese, il cinema, mangiare thai, internet, girare in bici, comprare cd, perdere tempo al centro commerciale, stare all'università, leggere, il geekPod, Angelina Jolie, Lamù, Uma Thurman, le cravatte, le camicie strette, le adidas superstar, passare inosservato, gli Smiths, il bianco e nero, vedere i Simpson anche se ormai li conosco a memoria, gli 80s seri, gli 80s sputtanati, il flaming gratuito, i Pixies. imparare HTML, le recensioni snob di Pitchfork, i blog che si piangono addosso, i blog gotici, i blog letterari, chi commenta sui blog per abbordare, le suicide girls, quattro irlandesi senza idee che fanno politica no global così la gente compra i cd per la causa e non ascolta (perchè la gente è stupida), il service pack 2, la sveglia a qualunque ora, chi si sente in colpa per farti sentire in colpa e sentirsi meno in colpa, le passeggiate inutili la domenica pomeriggio. www.flickr.com
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