the district sleeps alone tonight

"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."

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I adopted a cute lil' emo fetus from Fetusmart! Hooray fetus!

lunedì, 17 ottobre 2005

Howard e il destino del mondo (Willard Huyck, 1986)

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cosa succede quando la domenica sera non sai cosa fare?
vedi qualche amico. ordini una pizza. metti su un film.
mi sono reso conto dopo i primi cinque minuti che non vedevo Howard da anni, considerato che al di là di qualche sequenza sparsa non mi ricordavo quasi nulla. ora, il problema di quando lasci sedimentare un film per così tanto tempo nella memoria è che rischi di essere decisamente poco oggettivo quando lo rivedi. la nostalgia, i ricordi dell’infanzia, il cinema la domenica pomeriggio…
in questo caso il problema non si pone. perché anche a voler essere oggettivi a tutti i costi, Howard accumula un quantitativo talmente impressionante di difetti, puttanate e debolezze che diventa assolutamente impossibile resistergli.
mi spiego meglio: a metà anni ’80 George Lucas (no, non è un errore di battitura) produce un film di fantascienza su un papero alieno proveniente da un pianeta identico alla Terra tranne per il fatto che l’evoluzione ha privilegiato i pennuti rispetto alle scimmie. il suddetto pennuto finisce a Cleveland trascinato dal raggio di uno spettroscopio laser (…) abitualmente utilizzato per scansionare le emissioni di gas su Alpha Centauri (sì, ok), e conosce una musicista squattrinata (Lea Thompson che arrivava fresca fresca da Ritorno al futuro) con dei capelli improponibili e una band che neanche le Bangles. l’incontro è peraltro drammatico, la fanciulla rischierebbe lo stupro da parte di ignoti (vestiti come i culture club) se non fosse per l’intervento a colpi di quack-fu (giuro) del pennuto. ovviamente tra i due scatta qualcosa, alla faccia di Darwin, Mendel e compagnia bella.
la ragazza ha un amico che fa l’assistente di laboratorio ed è idiota come solo un geek da film anni ’80 (ed è Tim Robbins. sì, il sig. susansarandon). tuttavia non è abbastanza idiota da non avere amici rispettabili: entra in scena il dottor Jennings, che spiega tutta la questione dello spettroscopio giusto in tempo per subirne l’esplosione durante l’ennesimo esperimento-cazzata. e non sarebbe un esperimento-cazzata se non si andasse a liberare chissà quale male cosmico: trattasi nello specifico di un Oscuro Super Sovrano Dell’Universo (d’ora in avanti OSSDU per comodità), simpatico esserino votato alla distruzione che sceglie Jennings come organismo ospite prendendo così due piccioni con una fava: permettere agli sceneggiatori di stiracchiare un plot da telefilm per un’ora e quaranta e far risparmiare soldi all’Industrial Light & Magic, che ci fa vedere la vera faccia dell’OSSDU solo a dieci minuti dalla fine.
l’OSSDU rapisce quindi la ragazza e torna al laboratorio, al fine di usare lo spettrosadiochecosa per far scendere anche i suoi amichetti (non prima di aver fatto un casino allucinante in autogrill, in autostrada e in una centrale nucleare, e di aver decisamente peggiorato l’aspetto dell’organismo ospite). il papero e l’idiota si lanciano al salvataggio, usando nell’ordine un deltaplano a motore e una specie di macchinetta per girare sui campi da golf armata con un disintegratore a neutroni (e ‘sti cazzi, aggiungerei).
eviterò gli spoiler sul finale pirotecnico per rispetto verso quelle quattro persone che non l’hanno mai visto (e un po’ mi inquieta pensare che ci siano).
questo non è un film. è un frullato disney virato in acido, un test per controllare quanto si è ancora in contatto col proprio bambino interiore.
io me lo tengo buono, fosse anche solo per rivedere un papero fare il passo dell’oca come Chuck Berry.

it's a shame about moonman157
14:06 / p-link / addicted to the 80s, multisala lumiere / commenti (14)

domenica, 05 giugno 2005

Duran Duran (Arena di Verona, 04/06/2005)

c’è modo e modo per fare una reunion.
c’è gente come i Pixies, che se ne sbattono di produrre un disco nuovo e si limitano (si fa per dire…) a portare in giro i pezzi su cui si è costruita la leggenda negli anni in cui erano spariti – ma forse è perché all’epoca non li aveva ancora scoperti nessuno, e allora si stanno semplicemente mettendo in pari.
c’è gente come gli Europe, che puntano tutto sul nuovo album senza avere l’onestà di riconoscere che il 99% di quelli che li vanno a vedere (io compreso) lo fa per due-tre pezzi al massimo.
e poi c’è gente come i Duran Duran. che poi sostanzialmente non si sono mai sciolti, a dirla tutta. che rimettono insieme la formazione storica e buttano fuori un dischetto accettabile come Astronaut. che sanno benissimo di partire sputtanati fin dall’inizio e ne fanno un punto di forza praticamente inaffondabile. e che sanno benissimo cosa vuole il pubblico, e quindi dal vivo si guardano bene dall’andare oltre Seven and the ragged tiger, se non per qualche tuffo in acque più che sicure.
il colpo d’occhio dell’arena è impressionante, e c’è un’aria di attesa palpabile. i cinque arrivano e si fermano per un paio di minuti in piedi a fronte palco, giusto per godersi il boato che esplode. tutti decisamente in forma, Simon LeBon è un po’ sovrappeso ma in fin dei conti non è mai stato filiforme.
prevedibilmente, l’inizio è con (Reach up for the) Sunrise. quello in cui nessuno sperava è sentirsi sparare subito dopo in successione Hungry like the wolf, Planet Earth e Union of the snake. io sarei stato già a posto e me ne sarei andato sorridente, lo giuro.
c’è poco posto per i pezzi nuovi, anche se va detto che What happens tomorrow è più che gradevole. come va detto che sulle capacità tecniche dei cinque ormai c’è poco da criticare... John Taylor è un signor bassista (oltre a suscitare urletti isterici tra le mie vicine di posto come se non fossero passati vent’anni), Andy Taylor è scatenato e si permette alcune libertà sulle chitarre che ai tempi d’oro avrebbero stonato decisamente (su tutte, una Careless memories che avrebbe fatto invidia ai Velvet Revolver), Nick Rhodes si riconferma come l’uomo cruciale. togli lui e le sue tastiere, e il suono si smonta. ed è cool oltre i limiti consentiti per un essere umano.
contraccolpo emotivo non indifferente quando LeBon arriva sul palco in tenuta da autista per intonare (ovviamente) The chauffeur. l’arena è gia quasi tutta in piedi, ma The reflex fa alzare anche i pochi restii. su Notorious vedo poca gente che non balla. ma poca davvero.
attimo di panico su Save a prayer, perché decidono di lasciar cantare il pubblico sulle prime strofe. temo il peggio, ma fortunatamente LeBon riprende le redini e riporta a casa le nostalgie di tutti. io sono ancora convinto che sarei disposto ad avere la febbre per un mese di fila pur di scrivere un pezzo così.
tra le pochissime concessioni al post-1983, si salva quel gioiello che è Ordinary world. si salva purtroppo anche Wild Boys, che chiude la prima parte del set. evabbè, prendiamola per quello che è, una via di mezzo fra il fenomeno di costume e il pezzo di storia. mentre faccio questi ameni ragionamenti mi accorgo che sto urlando il ritornello insieme a tutti gli altri.
pausa praticamente inesistente e i cinque tornano per quelli che adesso come adesso sono i bis dell’anno. prima di tutto rivendicano il loro retroterra glam con una cover divertente e divertita di Make me smile (Come up and see me) dei Cockney Rebel. poi si prendono tutto il tempo per trasformare Girls on film in una presentazione/celebrazione della band, con scene di entusiasmo tra le prime file che neanche ai festivalbar di metà anni ’80. infine se ne vanno da vincitori sulle note di Rio. e su Rio non posso aggiungere altro, non ce la faccio proprio.
usciamo nel centro di verona col sorriso stampato e la sensazione che se avessero rifatto il set da cima a fondo lo avremmo rivisto volentieri una seconda volta anche subito. e mentre camminiamo verso la macchina, mi trovo a pensare che alla fine hanno ragione quei cazzoni di pitchfork, quando scrivono: “Praising [Duran Duran] might be like giving the nod to N'Sync ten years from now, but until then, MY NAME IS RIO AND I'M DANCING ON THE FUCKING SAND”.

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21:03 / p-link / addicted to the 80s, live baby live / commenti (3)

giovedì, 17 marzo 2005

Europe (Carisport - Cesena, 13/03/2005)

(venerdì sera, arriva un sms di Filo: “ho 4 biglietti omaggio per gli Europe domenica sera, vieni?”)
e così mi ritrovo a chiudere il weekend dei concerti in un modo che non mi sarei mai aspettato, ma che alla fine mi sembra decisamente adatto. mentre arriviamo al palazzetto mi scorrono davanti alcune immagini che sono andate un po’ troppo a fondo nella memoria per mettersi a sindacare sulla percentuale di sputtanamento del gruppo, sulla sua utilità o meno, su quanti rimastoni vedremo stasera e tutto il resto. i boccoloni permanentati e il rossetto di joey tempest. gli spotlight nel video di carrie. il tour bus che arriva di notte al ristorante, e sempre il suddetto tempest che canta in una bottiglia di ketchup invece che in un microfono. mi rendo anche conto che conosco solo tre canzoni, ma tant’è.
(gli Europe sono i miei pomeriggi di quarta elementare a guardare deejay television al ritorno da scuola. l’obiettività a questo punto diventa un gadget.)
entriamo e i supporter stanno già suonando. ampiamente dimenticabili, l’unica utilità che hanno avuto è stata quella di accendere la discussione “ma ha ancora senso nel 2005 fare ‘sto cazzo di hard rock alla purple/zeppelin?”; discussione peraltro durata qualcosa come dieci secondi fra domanda e risposta (“no”).
poi finalmente loro. temo un confronto impietoso con le immagini di vent’anni fa, ma devo ammettere che sono invecchiati bene. cioè, a dirla tutta, joey tempest, john norum e john leven sono invecchiati bene e non sembrano distrutti. mic michaeli è invecchiato. ian haughland è irriconoscibile, mi ricordavo una specie di folletto biondo e mi ritrovo davanti un’incrocio tra ciccio di nonna papera e marco mazzocchi (pelata compresa), con la faccia di uno che è stato appena prelevato da Renzi (NdA nota trattoria sulle colline cesenati) mentre stava per attaccare il settimo piatto consecutivo di tagliatelle.
oggettivamente, suonano ancora. il genere è quello che è, mi si spiega la presenza sia dei supporter che di una certa fetta di pubblico. hard rock di maniera e manieristico, assoli pirotecnici di chitarre e tastiere, voci impostate e falsetti. se non fosse per la nostalgia avrei una reazione allergica.
riconosco la terza canzone, Superstitious (wow, allora ne conosco quattro), dopodiché altro buio. joey tempest spiccica diverse parole in italiano, spara un “è bellissimo essere qui a cesena” talmente finto che quasi ci cappottiamo dal ridere. non si risparmia, corre, balla, fa il vecchio trick di roteare l’asta del microfono senza uccidere nessuno (gli altri della band mi hanno già intimato di non provarci MAI). il problema è che i cinque hanno deciso di non fare i passatisti a tutti i costi e propinano una serie di pezzi nuovi terribili. non so se la descrizione renda, ma provate a immaginare un metallaro svedese ex-famoso che cerca di ricostruirsi una credibilità scimmiottando i Queens Of The Stone Age. se ci riuscite, capirete il mio strazio.
a metà concerto joey imbraccia l’acustica (applausoni al roadie che gliel’ha passata scordata… e sì che la usa solo in un pezzo). Carrie. accendino alla mano, lo spengo e sbadiglio quando mi accorgo che la fa solo acustica e la lascia cantare al pubblico. sono d’accordo con Valido, se dovevo sentirla così chiamavo tre amici e la suonavo al mare. seguono altri pezzi, alcuni nuovi altri meno, la zuppa non cambia. ci scalda sull’ultimo pezzo prima dei bis, ma perché Rock the night è Rock the night e non ci sono cazzi.
escono, applausi, rientrano. brano mai sentito ma gradevole, e poi Cherokee. alè, allora ne conosco un’altra. pubblico in quasi delirio, anche noi siamo presi bene ma credo che sia perché ormai c’è qualcosa nell’aria. si sente, è palpabile.
buio. fumo. il riff di tastiere più abusato degli ultimi vent’anni. delirio completo. quando si ricomincia a vedere qualcosa, tutti stanno saltando a braccia in aria. sul palco se la ridono, joey tempest ha dimenticato la voce nei camerini prima dei bis ma almeno non hanno la faccia stile oddio-che-palle-ci-tocca-tutte-le-sere-e-la-gente-vuole-solo-questa. john norum rifà l’assolo nota per nota, e sono soddisfazioni. finale in gloria, tutti in piedi. un groppo alla gola allucinante, che rivaleggia per dimensioni con il nodo alla bocca dello stomaco. macchina del tempo mode on, l’ultima volta che mi sono sentito così è stato quando i Depeche Mode hanno attaccato Enjoy the silence.
usciamo e ci riavviamo verso casa. alla fin fine non ho pagato, pensavo di conoscere tre pezzi e invece erano cinque e ho sentito The final countdown dal vivo. direi che ci ho guadagnato.
(paraparaaaaaaaaaaa – parapappappaaaaaaaa –  paraparaaaaaaaaaa – parapappappappappaaaaaaaaaaaa – dai che le note le sapete, tutti insieme.)

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giovedì, 10 febbraio 2005

Righeira (Estragon - Bologna, 08/02/2005)

lo ammetto, ho un’insana passione per gli anni ’80. sono letteralmente un junkie. ho iniziato andando a cercare band e album “ingiustamente sottovalutati”, argomentando a spada tratta in chat e forum che non si potevano cestinare così gli anni che comunque hanno prodotto gente come R.E.M., Cure, Depeche Mode, Smiths, Talking Heads (o magari Replacements e Hüsker Dü, se dovevo litigare con un alternativo di ‘sta cippa). lentamente ho rimesso le mani sui Cars, dicendo che erano solo un guilty pleasure, o sui Talk Talk, che erano più avanti dei Radiohead ma nessuno se li è mai filati.
poi sono venuto a patti con il fatto che non riuscivo a controllare la cosa, ho gettato la maschera e ho comprato di tutto. sì, lo ammetto, ho anche un cd di Bonnie Tyler, e il primo che prova a fare lo spiritoso è sicuramente un ossessivo più nostalgico/malato di me ma che vuol passare per connoisseur con la puzza sotto il naso.
(oh, adesso va meglio.)
beh, un paio di settimane fa arriva la notizia. martedì grasso, a Bolognatown ci sono i Righeira. attimi di confusione, cerchiamo di scoprire se fanno un concerto o se c’è soltanto un dj set. pare che facciano una performance.
rotti gli indugi, martedì sera io e la Mus_A^  ci avviamo furtivi verso l’Estragon saltando a piedi pari la cena. già la serata inizia bene quando in via rizzoli avvistiamo cinque pazzi vestiti da pac-man, blinky, inky, pinky e clyde. evidentemente pac-man deve avere appena ingoiato un power up, perché i quattro scappano e urlano come disperati mentre il dischetto giallo li insegue sorridente.
(giusto per rendere l’idea, è la stessa cosa che fanno quelli di pac manhattan, ma con costumi nettamente migliori. correvano troppo, non siamo riusciti a fare una foto.)
all’Estragon la musica è totalmente a tema, sugli schermi passa una sfilza di vecchi video e alcuni non li vedevo da quando facevo le elementari. cerco di mantenere un alone di distacco, ma è dura.
verso le 11.30, arrivano sul palco. sono un po’ ingrassati, un po’ invecchiati e hanno delle t-shirt con una scritta luminosa che scorre sul petto (“Michael Righeira” e “Johnson Righeira”, per amore di precisione e dovere di cronaca). gli schermi mandano uno slideshow con tutte le copertine di riviste in cui i due sono finiti e si fermano su un vecchio numero di non so cosa, i fratellini nudi e il titolone cubitale “Righeira: così a sanremo” (se ritrovo la foto giuro che la posto).
iniziano con un remix de L’estate sta finendo e scopro più tardi che fa parte di iconoclash… a me boosta sta francamente sulle palle ma il pezzo è venuto più che bene. segue Innamoratissimo (sanremo 1986), e subito dopo, No tengo dinero. sempre più difficile essere obiettivi. ah, ovviamente non c’è una band ma si limitano a cantare sulle basi (sai che novità, lo hanno sempre fatto).
passano un paio di pezzi mai sentiti, una cover quasi drum’n’bass di Arriva la bomba (quella di dorellik), e poi lei. Vamos a la playa. qua ormai non è più distaccato nessuno, figuriamoci io. subito dopo, la misconosciuta Luciano Serra Pilota mi fa sospettare che vent’anni fa i due fossero davvero troppo avanti e non ce ne siamo accorti in tempo. una canzone assolutamente futurista, nel senso di Marinetti.
la performance volge al termine, c’è ancora tempo per chiudere il cerchio con la versione originale de L’estate sta finendo. c’è gente che balla, una quantità industriale di accendini sollevati e praticamente tutti stanno cantando, anche quelli che non guardano verso il palco.
(glisso volentieri sul bis inutile, un remix latineggiante di Vamos a la playa che vorrei dimenticarmi in fretta e che fa molto party aziendale. del resto, nessuno è perfetto).
la mattina dopo, ci si sveglia a Bolognatown con un sole quasi primaverile. di tanto in tanto, amo questa città.
P.S.: un ultimo pensiero va alla finta punkette che mi ha ballato sui piedi e urlato alla cazzo nelle orecchie per tutta la sera (finta perché, come mi faceva giustamente notare la Mus_A^, a fare gli straccioni con gli occhiali di mikli e il papy che ti paga l’appartamento sono capaci tutti). spero che il 10 ti abbia colto di sorpresa mentre attraversavi via stalingrado, scambiandoti per un gatto nero viste le tue ridotte dimensioni e l’abbigliamento. e guarda che io adoro i gatti.

it's a shame about moonman157
15:10 / p-link / addicted to the 80s, live baby live / commenti (8)

venerdì, 04 febbraio 2005

open up my eager eyes

dopo essere finalmente riuscito a vedere almeno un paio di volte per intero il nuovo video dei Killers (Mr. Brightside), continuo a pensarlo come un crossover tra atmosfere alla Moulin Rouge e i vecchi clip di Falco. lo dico in senso totalmente positivo e con tutta l’ammirazione possibile. e ci metterei pure qualche tocco di STP, tanto per gradire.
e poi per l’occasione hanno riesumato nientemeno che eric roberts, l’uomo che se non fosse famoso per essere fratello d’arte sarebbe stato ricordato comunque negli anni per la mimica facciale rocciosa e imperturbabile (che lo accomuna ad altri notori gatti di marmo come chuck norris, michael dudikoff, michael beck e soprattutto l’indimenticato e indimenticabile Marc Singer –  ridatemi i Visitors e Kaan principe guerriero).
vabbè, vado a dormire. il muletto ha trovato Strade di fuoco e Remo Williams, il weekend inizia sotto i migliori auspici.

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02:20 / p-link / simple props to occupy my time, addicted to the 80s / commenti (5)

i R.E.M., suonare, mangiare cinese, il cinema, mangiare thai, internet, girare in bici, comprare cd, perdere tempo al centro commerciale, stare all'università, leggere, il geekPod, Angelina Jolie, Lamù, Uma Thurman, le cravatte, le camicie strette, le adidas superstar, passare inosservato, gli Smiths, il bianco e nero, vedere i Simpson anche se ormai li conosco a memoria, gli 80s seri, gli 80s sputtanati, il flaming gratuito, i Pixies.

imparare HTML, le recensioni snob di Pitchfork, i blog che si piangono addosso, i blog gotici, i blog letterari, chi commenta sui blog per abbordare, le suicide girls, quattro irlandesi senza idee che fanno politica no global così la gente compra i cd per la causa e non ascolta (perchè la gente è stupida), il service pack 2, la sveglia a qualunque ora, chi si sente in colpa per farti sentire in colpa e sentirsi meno in colpa, le passeggiate inutili la domenica pomeriggio.

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1. Built To Spill - Center of the universe
2. Armor for Sleep - The truth about heaven
3. Editors - Munich
4. Snow Patrol - Headlights on dark roads
5. Silent Drive - The punch
6. The Futureheads - Fallout
7. At The Drive-In - Lopsided
8. Idlewild - I understand it
9. Toad The Wet Sprocket - Come down
10. AC/DC - You shook me all night long

StregaCannella in guardabarre anonimi

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