the district sleeps alone tonight

"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."

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Chuck Palahniuk - Invisible monsters
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Armor for Sleep - What to do when you are dead
Built To Spill - Keep it like a secret
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I adopted a cute lil' emo fetus from Fetusmart! Hooray fetus!

mercoledì, 06 luglio 2005

Toad The Wet Sprocket - Dulcinea (1994)

Image Hosted by ImageShack.usci sono alcuni cd che sono come una coperta calda. o come una vecchia felpa e un paio di jeans in un pomeriggio di pioggia. quelli che vai a tirare fuori quando hai solo bisogno di sentirti protetto. quelli con cui ti chiudi in un bozzolo e li ricanti dall’inizio alla fine anche se li hai sentiti centinaia di volte. quelli che ti hanno accompagnato talmente tanto che ormai le parole hanno perso il significato più generale e diventano un recipiente per le onde che ti si muovono in testa.
ecco, questo è una delle mie coperte calde. mi ero ripromesso di parlarne prima o poi, e stamattina è abbastanza freddo.
(oddio, mi sono anche accorto che se ripenso agli altri album che mi fanno questo effetto bene o male arrivano tutti dallo stesso periodo. prima metà degli anni ’90. eh sì, bel periodo per me.)
i Toad sono uno di quei gruppi che qui sono passati sotto silenzio, persi in mezzo al calderone del grunge perchè molto più vicini ai R.E.M. che ai Pearl Jam. e Dulcinea è un album che non ha nessuna paura di farsi vedere per quello che è, o di aspirare ad essere qualcosa di diverso.
pop elettrico, venature acustiche, armonie vocali. classiche strutture verse-chorus-verse, prevedibili come le lancette dell’orologio. ma probabilmente è questa prevedibilità che mi riporta periodicamente a toglierlo dallo scaffale, con la sensazione di riaprire la porta di casa quando inzia l’intro di Fly from heaven.
testi malinconici, la voce di Glen Phillips è la traduzione in fatti della parola laidback, salvo esplodere emotivamente in pezzi come Listen (e il modo in cui si sgrana mentre urla “scream” mi fa venire i brividi tutte le volte). Nanci è un bozzetto country incomprensibile la prima volta e irresistibile dalla seconda in avanti. Windmills è una via di mezzo tra una carezza e un soffio. Reincarnation song trema come la luce di una candela prima di bruciare tutto quello che ha attorno.
due canzoni come due ancore per tenersi saldi:
- Fall down, che oltre ad essere un modello esemplare di college rock portava verso casa il lato b di un mixtape su cui abbiamo consumato pomeriggi (ah, la mini cooper... ah, il Plinsky…);
- Something’s always wrong. si spiega da sola.
Another day I call and never speak
And you would say nothing’s changed at all
And I can’t feel much hope for anything
If I won’t be there to catch you when you fall
Again
It seems we meet
In the spaces
In between
We always say
It won’t be long
But something’s always wrong
Another game of putting things aside
As if we’ll come back to them sometime
A brace of hope
A pride of innocence
And you would say something has gone wrong
Again
It seems we meet
In the spaces
In between
We always say
It won’t be long
But something’s always wrong

it's a shame about moonman157
12:08 / p-link / danzare di architettura / commenti

mercoledì, 22 giugno 2005

The Tears - Here come the Tears (2005)

Image Hosted by ImageShack.usdisclaimer: abbandono immediatamente ogni pretesa di obiettività. non è proprio questo il caso.
il nome The Tears in sé non direbbe assolutamente nulla, se non fosse che dietro quella sigla si nasconde un piccolo evento. perché dopo anni di acrimonia, dichiarazioni velenose, abusi assortiti e risultati alterni due signori inglesi hanno ricominciato a scrivere canzoni assieme. due signori che rispondono ai nomi di Brett Anderson e Bernard Butler. che tradotto per i non iniziati vuol dire Suede.
ora, io ho amato i Suede in entrambe le fasi, con e senza Butler. li ho visti dal vivo solo nella seconda fase e li ho adorati. resta il fatto che però i primi due album sono qualcosa di assolutamente intoccabile, e lasciano capire senza troppi dubbi perché si parlava di quei due come dei nuovi Morrissey e Marr.
e adesso ci sono i Tears. ce ne sarebbe abbastanza per preoccuparsi e gioire contemporaneamente… ed è la sensazione esatta con cui giravo per il centro commerciale, indeciso se portare il cd a casa e stappare una bottiglia o lasciarlo sullo scaffale e fare finta di niente, tenendomi stretti i ricordi e basta. ho evidentemente optato per la prima.
in modo meno evidente ho optato per una sospensione acritica della capacità di giudizio, perché nel momento in cui è iniziata Refugees ho mollato ogni resistenza e mi sono lasciato prendere in pieno. melodie trascinanti, profluvii di archi, interpretazioni stracariche. se volessi fare il critico a tutti i costi direi che Dog Man Star è un altro pianeta e i due si tengono dalla parte del sicuro, sistemandosi tra gli ultimissimi Suede e le cose più recenti di Morrissey. direi che il senso di decadenza e di sleaze che arrivava da cose come Animal nitrate o We are the pigs se n’è andato tranquillamente in pensione, ma resta il desiderio di – per dirla con uno dei titoli – “a love as strong as death”. direi che nonostante tutto Butler resta uno dei migliori chitarristi che si siano visti negli ultimi anni e che Anderson canta ancora come una drama queen (The ghost of you, Lovers, Fallen idol, Beautiful pain) seppure l’età abbia limato gli eccessi e l’estensione. direi che alla fine, sulla soglia dei quarant’anni, quando non ha più senso parlare di New generation ma casomai di Brave new century, i due hanno tirato fuori dal cilindro un album di confezioni pop eleganti e vagamente epiche, senza calcare troppo la mano sul pathos e con molto mestiere.
il fatto è che non voglio fare il critico a tutti costi ma il fan senza ritegno. mi rimetto le cuffie e torno a guardare la finestra abbracciato al cuscino. statemi bene, io ho un po’ da fare con la mia ex-teenage angst.
And I cling to my pillow
And scratch at my veins
You kiss like a killer
You’re such a beautiful pain

it's a shame about moonman157
16:31 / p-link / danzare di architettura / commenti (10)

venerdì, 04 marzo 2005

Doves - Some cities (2005)

Image Hosted by ImageShack.usmi sono accostato al nuovo Doves con un surplus di cautela. da quando ho iniziato a comprare più cd del solito, la cautela viene riservata a quelli da cui mi aspetto qualcosa. e questo è uno di quegli album che non vedevo l'ora di ascoltare più o meno da due settimane dopo l’uscita di quello precedente.

lo ammetto, mi aspettavo – e giuro che mi sarebbe bastato – il classico album alla Doves. e invece. invece mi ritrovo ad essere parzialmente d’accordo con quei cazzoni di pitchfork, almeno su un paio di punti.
tanto per incominciare, la malinconia sta scivolando via (poco alla volta): restano le aperture oceaniche, gli arrangiamenti densi e stratificati, i campionamenti e l’elettronica di sfondo, ma più che una tensione generica si sente la tensione di chi inizia a stare stretto nel posto in cui ha sempre vissuto. è un album che grida [nome di una qualsiasi città industriale inglese] ad ogni angolo.
l’attacco di Some cities è spiazzante, uptempo e con derive vicine al noise. Black and white town viaggia vicino ai Jam di A town called malice e ha un retrogusto quasi motown. le atmosfere si moltiplicano brano dopo brano, da un lato The storm ricorda certe cose trip hop alla portishead e dall’altro Shadows of Salford è una ninna nanna per fare brutti sogni.
i momenti migliori arrivano su Almost forgot myself, una strofa sixties che si apre in un chorus epico, e soprattutto su Sky starts falling, pop con venature soul che rischia di collassare sotto il peso delle chitarre. arrivano anche un paio di scivoloni: Someday soon è un po’ di maniera (soprattutto adesso che Caught by the river potrebbe entrare in molte camere), e non capisco l’utilità di rifare There goes the fear cambiandole titolo e testo (Walk in fire).
e comunque, qualunque cosa dica pitchfork, Jimi Goodwin ha una delle voci più belle e personali degli ultimi anni.
in poche parole, una conferma con molte sorprese, o meglio un album dei Doves che si allontana dai soliti nomi (Radiohead, Verve) per tornare a certe periferie inglesi dei primi anni ottanta. promosso, trenta e lode, bacio accademico e pacca sul culo. avanti il prossimo, questo ha portato il punto a casa.

it's a shame about moonman157
19:05 / p-link / danzare di architettura / commenti (6)

sabato, 19 febbraio 2005

Bloc Party - Silent alarm (2005)

Image Hosted by ImageShack.usli avevo visti dal vivo non molto tempo fa, come opening act per gli Interpol, e se da un lato ero stato colpito dall’energia della performance, dall’altro ero indeciso se dare un giudizio positivo o meno.
e adesso sono un po’ combattuto. perché i Bloc Party sono una di quelle band che oggi in uk sfornano con cadenza quasi giornaliera, ma contemporaneamente, non sono una di quelle band sfornate con cadenza quasi giornaliera. mi spiego meglio.

ormai siamo in pieno revival post-punk-wave-dark, è un dato di fatto. un altro dato di fatto è che sul carrozzone ci sta saltando un discreto numero di cani e altrettanti porci (e lo dice uno che ha pregato per anni perché i corsi e i ricorsi storici riportassero il genere in auge). quindi sarebbe facile assimilare i Bloc Party ad una qualsiasi di queste band da riporto (tu lanci un vecchio disco e loro te lo riportano semiaggiornato). però qui c’è qualcosa di differente.
sia chiaro, siamo nel quadrilatero Gang Of Four – Joy Division – Cure – Wire (e già non sarebbe il caso di lamentarsi). c’è il basso persistente che sorregge tutte le canzoni, gli arrangiamenti angolari di chitarra (esemplari Banquet e Helicopter), le atmosfere gotiche (Compliments, She’s hearing voices che già nel titolo riecheggia She’s lost control) e una batteria muscolare ed elastica (dal vivo è impressionante) che incastra ritmiche spigolose e spesso abbondantemente ballabili. la voce di Kele Okereke è un impasto attraente tra Jon King e Robert Smith.
sarei tentato di liquidarli come derivativi, ma non è tutto qui. questi non sono i franz ferdinand, che quando non sono sul palco a posare sono a casa a piangere davanti ai cd dei Talking Heads. qui c’è un’impressione di sintesi riuscita che non sentivo da quando sono usciti gli Interpol, con un aggiunta di nervi scoperti che li ricollega agli Ikara Colt. e c’è un gusto pop tutto britannico che, se in pezzi come Like eating glass si limita a venature scintillanti, trasforma canzoni come Blue light e This modern love (per me il top dell’album) in piccoli gioielli che smettono per qualche minuto i panni wave per diventare qualcosa di più profondo e più ampio. se non fosse che il termine ormai non significa più nulla, se non “pop-punkettino-che-parla-di-ex-fidanzate”, direi che con questi due pezzi siamo su sponde decisamente emo. nel senso di emozionale, prima che qualcuno pensi ai dashboard-che-cazzo.
in parole povere, vuoi vedere che prima non volevo comprarlo e adesso mi ritrovo con uno degli album del 2005?

it's a shame about moonman157
20:03 / p-link / danzare di architettura / commenti

venerdì, 11 febbraio 2005

Radiohead - The bends (1995)

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dietro piccola provocazione, ho rimesso nel lettore un cd che non girava da parecchio – anzi, troppo tempo (e oltretutto siamo a tiro per festeggiare il decimo anniversario dell’uscita. dieci anni. cazzo).
vorrei sgombrare subito il campo, per me The bends è sempre stato l’album dei Radiohead da isola deserta. ad essere precisi, è sempre stato uno degli album da isola deserta in assoluto (prima o poi farò la banalità di elencarli tutti). Pablo Honey è fuori gara, Ok Computer se la gioca alla pari ma inizia già ad essere troppo preda delle paranoie di Thom Yorke… sugli ultimi preferirei non esprimermi. li ho comprati, mi piacciono, ma ormai mi sembra una band prigioniera dell’idea che il mondo ha di loro e che più lotta per allontanarsene, più ci si impantana.
e invece The bends trova un equilibrio difficile tra strutture pop e tensioni di fondo, come se i cinque fossero novelli Smiths che devono fare i conti con la lezione dei Nirvana. ogni singola canzone, fin dall’apertura di Planet telex, si appoggia sulle texture e sulle atmosfere create dalle chitarre (tre. no, dico… tre) e si apre in refrain che si stampano indelebilmente nella memoria. gli shoegazer sono poco più indietro e probabilmente sorridono soddisfatti. non eccessivamente perché sono arrivati troppo presto.
ma soprattutto, parlare di The bends per me significa riaprire un capitolo chiuso da dieci anni (dieci anni. cazzo). significa rimettere mano a ricordi che se ne stavano tranquillamente nel cassetto. significa abbandonare ogni pretesa di fare una recensione oggettiva e mettersi a parlare dell’estate del diploma, tanto per chiarirsi.
di conseguenza, ogni canzone è una piccola ferita. High and dry sono i sabati sera a milano marittima quando si apriva il tetto della discoteca e si ballava sotto le stelle. Just è la rabbia di settembre quando ti costringe ad allontanarti. Black star è qualcosa che ti prende alle spalle e solo adesso sai esattamente di cosa si trattava. Sulk è l’urlo di chi non riesce a cambiare anche se sa che per qualcuno sarebbe importante. Fake plastic trees è un pomeriggio di pioggia passato a leggere in veranda, cercando di non pensare. The bends e Bones sono i giri in bici sul lungomare verso le sei di sera, quando ancora ti sentivi il padrone del mondo.
potrei elencare un momento e una sensazione per ogni singola traccia, ma non voglio fare il nostalgico a tutti costi (dieci anni. cazzo). mi piace l’idea di spegnere lo stereo subito dopo l’unica canzone che all’epoca non mi colpiva del tutto e che adesso mi sembra molto più vicina.
chiudo tutto, mi cambio ed esco. questa sera vorrei essere antiproiettile anch’io.

it's a shame about moonman157
22:03 / p-link / transatlanticismi, danzare di architettura / commenti (8)

martedì, 01 febbraio 2005

...And You Will Know Us By The Trail Of Dead - Worlds apart (2005)

Image Hosted by ImageShack.usquando mi sono trovato davanti il cd sullo scaffale non sono riuscito a resistere. vuoi per la copertina massimalista, vuoi perché non sapevo niente sulla data di uscita e mi ha colto di sorpresa, vuoi perché Source Tags & Codes è stata una delle migliori scoperte degli ultimi anni e ancora non riesce a stancarmi, vuoi perché Pitchfork gli ha sparato addosso un 4 grande come una casa ed ero molto più che curioso di vedere cosa ha provocato un tracollo di sei punti.

(per la cronaca, inizio a sospettare che quelli del forcone siano ormai vittime della sindrome bastone vs. carota, nonché della fama di stroncatori snob che piuttosto assegnano un 8 a un box di quattro cd con rumori di radio a onde corte)
Worlds apart è la conseguenza diretta di ST&C, nel bene e nel male. nel bene perché i Trail Of Dead si allontanano passo dopo passo da un’idea musicale figlia di certo post punk e dei Sonic Youth per mantenere un approccio decisamente larger-than-life, addensando gli arrangiamenti, moltiplicando le chitarre e gli strati di suono. nel male perché il rischio di rimanere intrappolati nel loro stesso gioco è alto e a volte fa capolino: alcuni spunti sembrano procedere più per accumulazione che per integrazione organica, certi momenti appaiono poco convinti al di là del desiderio di fare qualcosa di “imprevedibile” (vedi il siparietto valzer balcanico di To Russia my homeland, o l’intro di Ode to Isis che è più pretenziosa che atmosferica).
Will you smile again? riporta alla mente Another morning stoner, ma si trasforma in una creatura lenta e dal passo pesante che gronda rabbia e frustrazione da tutti i pori. la title track è un tentativo di pop song riuscito, anche se un po’ indeciso se scagliarsi contro mtv o la politica usa (ammesso che ci sia differenza tra le due cose). Caterwaul è un esperimento di aggressività trattenuta con un finale in crescendo emozionale, Let it dive ricicla idee strarisentite (Stone Temple Pilots in primis) con una classe che si sognano sia i presunti postgrunge che i velvet revolver. The best cammina frammentata e zoppicante prima di sciogliersi temporaneamente e finire urlata a denti stretti. il gioiello arriva dall’accoppiata The summer of ‘91/The rest will follow: la prima inizia per piano e voce, trasognata e immersa nei ricordi come un pezzo degli ultimi Mercury Rev, per lasciare spazio a chitarre e melodie che non avrebbero sfigurato su mellon collie. The rest will follow è un anthem dichiarato, furiosa e rassegnata alla difficoltà delle relazioni umane al tempo stesso, circolare e sostenuta da un rullante incessante. il brano migliore dell’album, da strapparsi la pelle un centimetro alla volta.
in generale molti picchi e poche cadute di stile, anche se manca la zampata di un pezzo groovy come poteva essere Baudelaire.
rimane il senso di esagerazione violenta che caratterizza la band, questa volta sostenuto da un uso costante ed enfatico di archi, piano, coriste, nonché rumori ed effetti sonori assortiti. rimane il gusto di aver assistito ad una hardcore band che gioca al prog anni ‘70, o di una prog band che sceglie di lasciar perdere gli assoli e puntare su un assalto frontale con tutti gli strumenti di cui può disporre.
io un 7.5 o un 8- glielo avrei dato.
 
da CMJ, che la dice tutta: “[the band] figured out how to dismantle the fucking atomic bomb: let loose on it with a cymbal stand”.

it's a shame about moonman157
01:29 / p-link / danzare di architettura / commenti (8)

i R.E.M., suonare, mangiare cinese, il cinema, mangiare thai, internet, girare in bici, comprare cd, perdere tempo al centro commerciale, stare all'università, leggere, il geekPod, Angelina Jolie, Lamù, Uma Thurman, le cravatte, le camicie strette, le adidas superstar, passare inosservato, gli Smiths, il bianco e nero, vedere i Simpson anche se ormai li conosco a memoria, gli 80s seri, gli 80s sputtanati, il flaming gratuito, i Pixies.

imparare HTML, le recensioni snob di Pitchfork, i blog che si piangono addosso, i blog gotici, i blog letterari, chi commenta sui blog per abbordare, le suicide girls, quattro irlandesi senza idee che fanno politica no global così la gente compra i cd per la causa e non ascolta (perchè la gente è stupida), il service pack 2, la sveglia a qualunque ora, chi si sente in colpa per farti sentire in colpa e sentirsi meno in colpa, le passeggiate inutili la domenica pomeriggio.

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1. Built To Spill - Center of the universe
2. Armor for Sleep - The truth about heaven
3. Editors - Munich
4. Snow Patrol - Headlights on dark roads
5. Silent Drive - The punch
6. The Futureheads - Fallout
7. At The Drive-In - Lopsided
8. Idlewild - I understand it
9. Toad The Wet Sprocket - Come down
10. AC/DC - You shook me all night long

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