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the district sleeps alone tonight |
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"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."
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venerdì, 03 marzo 2006 Death Cab for Cutie (Astoria - Londra, 28/02/2006) cosa succede quando ti ritrovi in una città che ami a vedere una delle band che preferisci?
(il nastro si riavvolge fino a un sabato notte di qualche mese fa. un sms mentre sei in discoteca. “ho trovato i biglietti per i Death Cab a Londra, li prendo?”
no, dico, ma sono domande da farsi?) dopo innumerevoli tentativi di arrivare nella tarda mattinata, riusciamo a prendere un autobus che ci recapita a Victoria attorno alle due del pomeriggio. il suddetto pomeriggio viene trascorso alla Tate, dove riscopro le seguenti cose:
a) c’è ancora una discreta fetta di arte moderna che mi sembra un po’ fine a se stessa, ma è decisamente una fetta più piccola rispetto alla parte che mi affascina. b) grazie, ma non mi piacciono le interpretazioni critiche. preferisco perdermi. arriviamo all’Astoria sulle sei e mezza, i cancelli aprono alle 7. c’è già una fila che gira attorno all’edificio e che educatamente si interrompe alla fine dell’isolato per riprendere all’inizio di quello successivo. mancano meno di due ore e l’ipotesi di vedere il mio primo concerto fuori dall’italia non mi sembra ancora realistica.
in poco più di mezz’ora siamo dentro. evidentemente le file educate funzionano. alle 8 sale sul palco John Vanderslice: carino il primo pezzo, carino il secondo, alla terza carineria non ne posso assolutamente più. e – ops – mi sta salendo un’ansia anticipatoria che non avevo dal concerto dei Trail Of Dead al Covo.
pochi minuti dopo le nove, salgono sul palco. allora è vero. allora siamo qui. allora non me lo sono sognato per tre mesi. due note di Marching bands of Manhattan e mi sto già sciogliendo. sono compatti e molto più carichi di quanto mi aspettassi, Ben Gibbard non sta fermo un microsecondo, Nick Harmer si piega e si muove dietro il basso come se l’avessero preso in prestito da un gruppo hard rock.
We laugh indoors se ne sta buona e controllata fino ad esplodere nel finale, e subito dopo The new year assesta il secondo colpo al torace. non si fa così, io mi ero presentato disarmato. Plans e Transatlanticism la fanno un po’ da padroni e occupano 2/3 buoni della setlist… e Chris Walla la fa un po’ da padrone sul palco. non è il frontman, ma si prende la libertà di passare indifferentemente dalle chitarre alle tastiere al basso, spesso all’interno della stessa canzone (suppongo che mentre ero distratto a guardare gli altri abbia anche preso un paio di caffè, buttato giù qualche idea di arrangiamento e prodotto un’altra band). e in ogni caso, crea una serie di strati di suono che sorreggono sulle loro spalle la maggior parte dei brani. arriva qualcosa dal passato remoto (Title track, Company calls, Photobooth), ma non abbastanza remoto da risalire fino al primo album. in compenso brani come Crooked teeth e Title and registration guadagnano un energia che non traspare dagli album. Ben ha una voce impeccabile e in Soul meets body si permette di sovrastare tutti. scherza col pubblico prima di Expo ’86, si dilunga troppo in un preambolo e chiude sorridendo – “ok, ok, I’ll shut the fuck up”. Different names for the same thing è eterea, galleggia tra certe cose dei Radiohead e i Postal Service. con What Sarah said arriva la terza crisi emotiva della serata. confesso che sentire cantare “who’s gonna watch you die?” come se fosse la frase più romantica della storia in mezzo ad accendini e luci di telefoni cellulari sollevati fa un effetto quasi catartico. l’Astoria si scuote sull’intro di A movie script ending, ma il bello deve ancora arrivare. una versione di We looked like giants con una coda strumentale intensa da togliere il fiato, e con tanto di seconda batteria sul palco suonata da Ben. sembrerebbe un finale perfetto, ma ci fanno saltare ancora con The sound of settling. siamo senza voce, perfetti e svuotati, ma urliamo lo stesso per i bis. c’è I will follow you into the dark, solo voce e chitarra acustica (e decisamente molta meno angoscia rispetto alla versione in studio). c’è Tiny vessels, con due bassi che si doppiano e si incastrano alla perfezione.
c’è Transatlanticism. e lì abbandono ogni pretesa di oggettività. perché ci ho abitato, in quella canzone. perché ho aperto questo piccolo mostro su quelle parole. perché la distanza adesso sembra un elastico, il massimo della tensione che precede il riavvicinamento. apro la bocca per cantare ma non esce nessun suono. va benissimo così.
si riaccendono le luci. siamo fuori al freddo. la metropolitana, l’autobus, la sensazione di aver chiuso nel modo migliore i quattro giorni che sognavo di passare. l’aereo alle 7, mi sveglio sopra l’italia, si torna subito al lavoro. quanto manca alla prossima partenza? P.S.: qualche foto della serata è in giro sul mio flickr.
P.P.S.: e tu – sì, tu… beh. grazie.
it's a shame about moonman157 martedì, 24 gennaio 2006 Foo Fighters (MazdaPalace – Milano, 23/01/2006) domanda: come si fa a fare un concerto convincente?
risposta: semplice, prendi due chitarre, un basso e una batteria e suoni ogni pezzo come se fosse l’ultimo in scaletta.
ci eravamo presentati con una serie di aspettative. nessuna è stata disattesa. i FF dal vivo sembrano uno scontro frontale tra i Kiss e i Pixies, mettono sul piatto e lasciano convivere l’anima da reduci dei ’90 con quella da arena rock anni ’70 – anche perché altrimenti non mi spiegherei la presenza di un laser show, di un duello di chitarre e di un assolo di batteria.
salgono il palco e infilano una sequenza iniziale quasi impressionante (In your honor, All my life, Best of you, My hero, Times like these, Learn to fly). i suoni sono violenti e definiti, la band sembra sempre di più una versione corazzata dei Cheap Trick, canzoni pop suonate con la cattiveria di chi ha masticato metal e hardcore per anni. Dave Grohl si prende un paio di pause per parlare col pubblico, scherza con quelli della prima fila e rutta al microfono quando si rimette alla batteria per far cantare Cold day in the sun a Taylor Hawkins (sul quale preferirei non spendere parole. anche perché non ne avrei. ho ancora i colpi di cassa che mi risuonano nelle orecchie). per il resto non c’è molto spazio tra una canzone e l’altra, la setlist è serrata da far paura. One by one viene ampiamente bypassato, se non per i due pezzi sparati a inizio concerto. stessa sorte per la parte acustica di In your honor, ma francamente non avrebbe molto senso qui in mezzo. ripescano Big me e This is a call dal primo album (ulteriormente addolcita una, qualcosa di simile a un tornado l’altra). The one e Stacked actors compaiono sferragliando come se sul palco ci fossero i QOTSA, Breakout viaggia come una locomotiva e il mosh pit ringrazia (se non fossi vecchio mi sarei quasi quasi buttato in mezzo). dopo più di un’ora di assalto costante Grohl si permette di chiudere prima dei bis con una versione di Everlong quasi totalmente in solitaria. qualcosa si attorciglia alla bocca dello stomaco. tornano per DOA e End over end, e concludono definitivamente con Monkey wrench. vedo gente fare crowd surfing. si sente distintamente il pubblico urlare la parte finale. non c’è fumo e non ci sono fuochi d’artificio, ma la parola “pirotecnico” rende comunque l’idea. usciamo al freddo di milano, le orecchie ronzano ancora col dubbio – o la certezza – che le suddette due chitarre, il suddetto basso e la suddetta batteria siano ancora più che sufficienti a dire tutto quello che serve. alla faccia di sperimentalismi sterili, cosmesi elettroniche, pose plastiche e pallidi tentativi di far muovere il culo.
(non mi sto assolutamente riferendo a nessuna band italiana o scozzese in particolare. proprio no.)
NdA: in questo post due parole sono state volontariamente non utilizzate. e non è un caso.
it's a shame about moonman157 lunedì, 18 luglio 2005 Coldplay (Arena di Verona, 11/07/2005) sottotitolo:
I was scared, I was scared Tired and underprepared (lo so che postare la recensione di un concerto con una settimana di ritardo non è un bell’esempio di timing, ma in fin dei conti anche se non c’è scritto da nessuna parte questo blog non è una cazzo di testata giornalistica – e quindi lo aggiorno un po’ quando voglio.)
e così riuscimmo anche ad arrivare a Verona. il passato remoto è d’obbligo per dare un’idea del livello epico dell’impresa (non starò a sottolineare l’ingorgo attorno a bologna, ma ho scoperto che se i segnalatori dell’autostrada ti preavvisano una coda “in risoluzione” c’è da pregare che qualcuno ti passi a prendere con l’elicottero).
quando arriviamo all’arena Richard Ashcroft è già oltre la metà del suo set. se inizialmente la cosa mi dispiace, ci metto cinque minuti a ricredermi: da solo con la chitarra acustica e un pianista che lo accompagna, passeggia tra i brani del suo repertorio e di quello dei Verve con la stessa grazia che mostrava nel video di Bittersweet symphony. sguaiato e con poca voce, lascia pezzi a metà e quelli che finisce provocano più sbadigli che applausi. quando finalmente arrivano i quattro sul palco, l’arena è al punto di ebollizione. mi guardo attorno e mi rendo conto che ormai il pubblico è quello che compra le compilation del festivalbar (dal deficiente che ha passato i primi due pezzi a urlare al cellulare per spiegare all’amica dov’era – spero di cuore che non te la dia mai – all’idiota che pensa bene di alzarsi in piedi davanti a te quando il resto della platea è seduto). iniziano con Square one come sul nuovo album, ma per mettere in chiaro subito le cose arrivano in rapida successione Politik e Yellow. mi si riconferma l’impressione che mi porto dietro da tempo: seppure gli album stiano diventando progressivamente noiosetti, dal vivo i pezzi guadagnano nettamente e si trasformano. e francamente, quando con chitarra, piano, basso e batteria riesci a tirare fuori quell’impasto vuol dire che sai fare il tuo lavoro e anche bene.
i brani di X&Y hanno relativamente poco spazio e per fortuna i vari filler del nuovo album vengono ampiamente bypassati. Speed of sound si scrolla di dosso l’imbarazzante somiglianza con un “singolo precedente a caso”, White shadows, Low e Talk viaggiano precise e potenti (non pensavo che l’avrei mai detto dei Coldplay). in un mini set acustico ci giochiamo Kingdom come ma purtroppo anche Don’t panic. non c’è traccia di Trouble né di Shiver e mi incazzo leggermente. Chris Martin è un frontman divertito che spara frasi imparate a memoria in italiano senza azzeccare un accento. Jon Buckland continua a essere uno dei miei chitarristi attuali preferiti, e stavolta guadagna centinaia di punti per come aggredisce i pezzi (God put a smile upon your face su tutte, con una coda ai limiti del noise e lui piegato sulla chitarra come neanche uno shoegazer). il problema è che poi, per quanto voglia fare il distaccato e il signor “sì, ma ormai sono piatti”, non riesco a fare finta di niente quando inizia Warning sign, e mi ritrovo con le braccia incrociate sullo stomaco a pensare che le cose continuano a muoversi in avanti, nonostante tutto. sulle prime note di Clocks prendo affettuosamente a testate la Mus_A^ giusto per riportare l’attenzione sul qui ed ora, ché il passato è passato. quando arriva The scientist il 99% dell’arena gioisce mentre io aspetto di crollare, stavolta è la Mus_A^ che si prepara al supporto, ma mi accorgo che alla fine sto sorridendo e salutando con un cenno veloce della mano una piccola parte di me che se ne va per sempre. ok, full circle.
i bis continuano a picchiare duro. In my place è una canzone talmente semplice e chiara che non è umanamente possibile resisterle. quando poi Chris Martin inizia a correre su per i gradini dell’arena fino ad arrivare in cima e sedersi a gambe incrociate per ammirare il pubblico che canta tutto il finale cerco di immaginare cosa può provare in quel momento e il cuore quasi non regge. la chiusura è una sorpresa, una Fix you illuminata prima da una sola lampadina che ciondola sopra il pianoforte e poi da fuochi d’artificio bianchi che piovono da dietro il palco. a questo punto si sono già ampiamente ricomprati la mia fiducia per un altro album e un altro tour e torno a casa felice. per po' di mesi posso dire che mi piacciono i Coldplay senza aggiungere menate da intenditore, poi se ne riparla dopo l'autunno.
(bisognerebbe fare più concerti all'arena d'estate solo per l'aria che c'è quando esci in piazza di notte.)
it's a shame about moonman157 domenica, 05 giugno 2005 Duran Duran (Arena di Verona, 04/06/2005) c’è modo e modo per fare una reunion.
c’è gente come i Pixies, che se ne sbattono di produrre un disco nuovo e si limitano (si fa per dire…) a portare in giro i pezzi su cui si è costruita la leggenda negli anni in cui erano spariti – ma forse è perché all’epoca non li aveva ancora scoperti nessuno, e allora si stanno semplicemente mettendo in pari. c’è gente come gli Europe, che puntano tutto sul nuovo album senza avere l’onestà di riconoscere che il 99% di quelli che li vanno a vedere (io compreso) lo fa per due-tre pezzi al massimo. e poi c’è gente come i Duran Duran. che poi sostanzialmente non si sono mai sciolti, a dirla tutta. che rimettono insieme la formazione storica e buttano fuori un dischetto accettabile come Astronaut. che sanno benissimo di partire sputtanati fin dall’inizio e ne fanno un punto di forza praticamente inaffondabile. e che sanno benissimo cosa vuole il pubblico, e quindi dal vivo si guardano bene dall’andare oltre Seven and the ragged tiger, se non per qualche tuffo in acque più che sicure. il colpo d’occhio dell’arena è impressionante, e c’è un’aria di attesa palpabile. i cinque arrivano e si fermano per un paio di minuti in piedi a fronte palco, giusto per godersi il boato che esplode. tutti decisamente in forma, Simon LeBon è un po’ sovrappeso ma in fin dei conti non è mai stato filiforme.
prevedibilmente, l’inizio è con (Reach up for the) Sunrise. quello in cui nessuno sperava è sentirsi sparare subito dopo in successione Hungry like the wolf, Planet Earth e Union of the snake. io sarei stato già a posto e me ne sarei andato sorridente, lo giuro. c’è poco posto per i pezzi nuovi, anche se va detto che What happens tomorrow è più che gradevole. come va detto che sulle capacità tecniche dei cinque ormai c’è poco da criticare... John Taylor è un signor bassista (oltre a suscitare urletti isterici tra le mie vicine di posto come se non fossero passati vent’anni), Andy Taylor è scatenato e si permette alcune libertà sulle chitarre che ai tempi d’oro avrebbero stonato decisamente (su tutte, una Careless memories che avrebbe fatto invidia ai Velvet Revolver), Nick Rhodes si riconferma come l’uomo cruciale. togli lui e le sue tastiere, e il suono si smonta. ed è cool oltre i limiti consentiti per un essere umano. contraccolpo emotivo non indifferente quando LeBon arriva sul palco in tenuta da autista per intonare (ovviamente) The chauffeur. l’arena è gia quasi tutta in piedi, ma The reflex fa alzare anche i pochi restii. su Notorious vedo poca gente che non balla. ma poca davvero.
attimo di panico su Save a prayer, perché decidono di lasciar cantare il pubblico sulle prime strofe. temo il peggio, ma fortunatamente LeBon riprende le redini e riporta a casa le nostalgie di tutti. io sono ancora convinto che sarei disposto ad avere la febbre per un mese di fila pur di scrivere un pezzo così. tra le pochissime concessioni al post-1983, si salva quel gioiello che è Ordinary world. si salva purtroppo anche Wild Boys, che chiude la prima parte del set. evabbè, prendiamola per quello che è, una via di mezzo fra il fenomeno di costume e il pezzo di storia. mentre faccio questi ameni ragionamenti mi accorgo che sto urlando il ritornello insieme a tutti gli altri. pausa praticamente inesistente e i cinque tornano per quelli che adesso come adesso sono i bis dell’anno. prima di tutto rivendicano il loro retroterra glam con una cover divertente e divertita di Make me smile (Come up and see me) dei Cockney Rebel. poi si prendono tutto il tempo per trasformare Girls on film in una presentazione/celebrazione della band, con scene di entusiasmo tra le prime file che neanche ai festivalbar di metà anni ’80. infine se ne vanno da vincitori sulle note di Rio. e su Rio non posso aggiungere altro, non ce la faccio proprio.
usciamo nel centro di verona col sorriso stampato e la sensazione che se avessero rifatto il set da cima a fondo lo avremmo rivisto volentieri una seconda volta anche subito. e mentre camminiamo verso la macchina, mi trovo a pensare che alla fine hanno ragione quei cazzoni di pitchfork, quando scrivono: “Praising [Duran Duran] might be like giving the nod to N'Sync ten years from now, but until then, MY NAME IS RIO AND I'M DANCING ON THE FUCKING SAND”.
it's a shame about moonman157 mercoledì, 20 aprile 2005 Interpol (Vox - Nonantola, 17/04/2005) nonostante trenitalia, l’accompagnatrice ufficiale ai concerti® riesce ad arrivare a modena per le otto e mezza. stavolta il navigatore lo faccio quasi tutto io da solo – e per essere uno che ha il senso dell’orientamento di un gatto con le vertigini chiuso in un sacco, uscire dal centro di modena e arrivare al vox diventa un’impresa da raccontare ai nipoti (cioè a nessuno, viste le mie attuali possibilità di riproduzione).
“scusa, chi ha già il biglietto che fila deve fare?”
”la stessa di chi non ce l’ha.” ”ah beh, logico. non fa una grinza.” (da grande voglio fare l’omino della security e campare tranquillo nell’ottundimento dei sensi e della coscienza.) dentro, gli spoon hanno già iniziato a suonare. peccato, ero curioso di ascoltarli… riconosco The way we get by, e mi si stampa un sorriso in cinemascope quando decidono di chiudere il set con Lowdown dei Wire. peccato, la finezza scivola via in mezzo all’indifferenza generale.
il vox continua a riempirsi e quando i quattro salgono sul palco c’è un discreto affollamento. optiamo per le retrovie, mi ricordo ancora troppo bene la gente che sveniva per il caldo durante il concerto dei Blur. come a rimini, non c’è molto da vedere se non le loro silhouettes nere, illuminate da dietro e in mezzo a nuvole di fumo. la scaletta pesca in egual misura da Antics e Turn on the bright lights. il solito inizio con Next exit, subito dopo Slow hands e Narc, e poi il primo (e quasi unico) scossone emotivo. Stella was a diver and she was always down, e come sempre mi domando perché quando la sento su cd non mi fa nessun effetto e poi quando arriva dal vivo è come un’esplosione sott’acqua. stavolta ho quasi afferrato il motivo e me lo dimenticherei volentieri in fretta. vanno avanti per tutto il set a proporre tre pezzi di Antics e uno di TOTBL con una rigidità quasi teutonica. un paio di lampi con Not even jail e Obstacle 1. continuo a sentire paragoni con i Joy Division, però continuano a ricordarmi Echo & The Bunnymen (sarà per come suona Daniel Kessler). sui pezzi non c’è niente da dire, meravigliosi come sempre, ma la resa è calligrafica e l’effetto se-restavo-a-casa-e-mettevo-su-il-cd-era-lo-stesso aleggia pesantemente. mi guardo attorno e vedo comunque gente seriamente entusiasta ed esaltata. mi preoccupo, forse sono più arido di quello che penso. ascolto qualche commento. “oddio, la sigla di avere vent’anni”, oppure “evvai, quella del video col pupazzo”. ah beh, ok. tutto più chiaro adesso, mi sento più tranquillo. non so perché, ma ogni volta che sento il giro di basso di Evil mi aspetto che debba iniziare un pezzo dei Pixies. ad ogni modo, nella cupezza generale sono tre minuti e qualcosa di luce. ci vorrebbe C’mere, ma aspetterò invano. finta chiusura del set con PDA, ripetono il trick di interrompersi tutti a metà canzone. sinceramente, più che aumentare la tensione il giochetto la fa precipitare. pantomima dell’uscita, pantomima degli applausi, pantomima del rientro. i bis valgono il prezzo del biglietto da soli, NYC è una scia luminosa, Say hello to the angels e Roland più quadrate e violente di quanto mi ricordassi. si finisce su una specie di improvvisazione chitarra e batteria, un po’ noise e un po’ non so dove andare a parare. ora, non posso dire che non mi sia piaciuto. adoro quelle canzoni. sebbene sia volato qualche scazzo qua e là, la resa tecnica era ineccepibile. forse tutto un po’ troppo quadrato e marziale, ma in generale la differenza si sentiva già ascoltando Antics. il problema è che.
il problema è che sembrava di guardare un iceberg. maestoso, imponente, scintillante, affascinante, ma sempre un iceberg. la prima volta che durante un concerto mi viene voglia di fare un salto al bar e magari fare due chiacchiere con qualcuno. suppongo che continuerò ad andare a vederli quando ci sarà l’occasione, ma suppongo anche che le cose non cambieranno molto. finito lo spettacolo, ci si sposta a parlare un po’ fuori dal vox. rivedo volti che ritrovo regolarmente ai concerti, qualcuno acquisisce una voce, qualcuno no. riesco a vedere di persona un paio di facce che fino a poco prima erano solo commenti su un blog e che – per motivi differenti – mi incuriosivano. proviamo ad aspettare un po’ in zona tour bus, ma stasera non si fa vedere nessuno.
macchina e back to bolognatown. la caldaia non funziona, i tombini sono otturati, la Mus_A^ non va più a milano, domattina devo inventarmi il tempo di andare all’ordine a iscrivermi. come dire, è lunedì e si vede.
it's a shame about moonman157 giovedì, 17 marzo 2005 Europe (Carisport - Cesena, 13/03/2005) (venerdì sera, arriva un sms di Filo: “ho 4 biglietti omaggio per gli Europe domenica sera, vieni?”)
e così mi ritrovo a chiudere il weekend dei concerti in un modo che non mi sarei mai aspettato, ma che alla fine mi sembra decisamente adatto. mentre arriviamo al palazzetto mi scorrono davanti alcune immagini che sono andate un po’ troppo a fondo nella memoria per mettersi a sindacare sulla percentuale di sputtanamento del gruppo, sulla sua utilità o meno, su quanti rimastoni vedremo stasera e tutto il resto. i boccoloni permanentati e il rossetto di joey tempest. gli spotlight nel video di carrie. il tour bus che arriva di notte al ristorante, e sempre il suddetto tempest che canta in una bottiglia di ketchup invece che in un microfono. mi rendo anche conto che conosco solo tre canzoni, ma tant’è.
(gli Europe sono i miei pomeriggi di quarta elementare a guardare deejay television al ritorno da scuola. l’obiettività a questo punto diventa un gadget.)
entriamo e i supporter stanno già suonando. ampiamente dimenticabili, l’unica utilità che hanno avuto è stata quella di accendere la discussione “ma ha ancora senso nel 2005 fare ‘sto cazzo di hard rock alla purple/zeppelin?”; discussione peraltro durata qualcosa come dieci secondi fra domanda e risposta (“no”).
poi finalmente loro. temo un confronto impietoso con le immagini di vent’anni fa, ma devo ammettere che sono invecchiati bene. cioè, a dirla tutta, joey tempest, john norum e john leven sono invecchiati bene e non sembrano distrutti. mic michaeli è invecchiato. ian haughland è irriconoscibile, mi ricordavo una specie di folletto biondo e mi ritrovo davanti un’incrocio tra ciccio di nonna papera e marco mazzocchi (pelata compresa), con la faccia di uno che è stato appena prelevato da Renzi (NdA nota trattoria sulle colline cesenati) mentre stava per attaccare il settimo piatto consecutivo di tagliatelle.
oggettivamente, suonano ancora. il genere è quello che è, mi si spiega la presenza sia dei supporter che di una certa fetta di pubblico. hard rock di maniera e manieristico, assoli pirotecnici di chitarre e tastiere, voci impostate e falsetti. se non fosse per la nostalgia avrei una reazione allergica. riconosco la terza canzone, Superstitious (wow, allora ne conosco quattro), dopodiché altro buio. joey tempest spiccica diverse parole in italiano, spara un “è bellissimo essere qui a cesena” talmente finto che quasi ci cappottiamo dal ridere. non si risparmia, corre, balla, fa il vecchio trick di roteare l’asta del microfono senza uccidere nessuno (gli altri della band mi hanno già intimato di non provarci MAI). il problema è che i cinque hanno deciso di non fare i passatisti a tutti i costi e propinano una serie di pezzi nuovi terribili. non so se la descrizione renda, ma provate a immaginare un metallaro svedese ex-famoso che cerca di ricostruirsi una credibilità scimmiottando i Queens Of The Stone Age. se ci riuscite, capirete il mio strazio. a metà concerto joey imbraccia l’acustica (applausoni al roadie che gliel’ha passata scordata… e sì che la usa solo in un pezzo). Carrie. accendino alla mano, lo spengo e sbadiglio quando mi accorgo che la fa solo acustica e la lascia cantare al pubblico. sono d’accordo con Valido, se dovevo sentirla così chiamavo tre amici e la suonavo al mare. seguono altri pezzi, alcuni nuovi altri meno, la zuppa non cambia. ci scalda sull’ultimo pezzo prima dei bis, ma perché Rock the night è Rock the night e non ci sono cazzi. escono, applausi, rientrano. brano mai sentito ma gradevole, e poi Cherokee. alè, allora ne conosco un’altra. pubblico in quasi delirio, anche noi siamo presi bene ma credo che sia perché ormai c’è qualcosa nell’aria. si sente, è palpabile.
buio. fumo. il riff di tastiere più abusato degli ultimi vent’anni. delirio completo. quando si ricomincia a vedere qualcosa, tutti stanno saltando a braccia in aria. sul palco se la ridono, joey tempest ha dimenticato la voce nei camerini prima dei bis ma almeno non hanno la faccia stile oddio-che-palle-ci-tocca-tutte-le-sere-e-la-gente-vuole-solo-questa. john norum rifà l’assolo nota per nota, e sono soddisfazioni. finale in gloria, tutti in piedi. un groppo alla gola allucinante, che rivaleggia per dimensioni con il nodo alla bocca dello stomaco. macchina del tempo mode on, l’ultima volta che mi sono sentito così è stato quando i Depeche Mode hanno attaccato Enjoy the silence.
usciamo e ci riavviamo verso casa. alla fin fine non ho pagato, pensavo di conoscere tre pezzi e invece erano cinque e ho sentito The final countdown dal vivo. direi che ci ho guadagnato.
(paraparaaaaaaaaaaa – parapappappaaaaaaaa – paraparaaaaaaaaaa – parapappappappappaaaaaaaaaaaa – dai che le note le sapete, tutti insieme.)
it's a shame about moonman157 martedì, 15 marzo 2005 ...And You Will Know Us By The Trail Of Dead (Il Covo - Bologna, 11/03/2005) captatio benevolentiae: chiedo scusa ancora prima di iniziare, ma questo non è un report. è cercare di rimettere ordine dopo che ti è passato addosso un tir. arrivo al covo con largo anticipo, i maledetti del locale mi hanno consigliato di arrivare almeno un’oretta prima ma si guardano bene dall’aprire le porte e la biglietteria in orario. trovo un altro disperato come me che è qui da solo perché nessuno dei suoi amici ha mai sentito nominare i miei/nostri texani preferiti. due supporter. il primo, the black, si presenta da solo con la chitarra acustica dicendo che il resto della band è tornato in america. a metà del primo pezzo il motivo è palese per tutti. seguono i dead meadow, sicuramente più interessanti, ma dopo il quarto blues allucinato e tirato in lungo per 7-8 minuti inizio a non poterne più. magari dopo qualche birra in più si spiegherebbe il giudizio dei cazzoni di pitchfork, ma non ho voglia di approfondire. inizio a sentire un nodo allo stomaco che non avvertivo da anni, e mi rendo conto che è ansia anticipatoria. ho una assoluta, defintiva, divorante e onnicomprensiva voglia di vedere questo concerto. 11.40, salgono sul palco. i tre membri ufficiali, il nuovo bassista, il tastierista che se ne starà di spalle per tutto il tempo e un secondo batterista. con quella faccia, Conrad Keely è il frontman più improbabile della storia. Kevin Allen è talmente geeky che non sfigurerebbe in mezzo ai Feelies, si muove pochissimo e sembra totalmente assorbito dalla sua chitarra. Jason Reece, invece, è un folle. punto. dopo un preregistrato di Ode to Isis, ci piomba addosso Will you smile again? e subito dopo It was there that I saw you. l’uno-due mi manda al tappeto. Conrad è indubbiamente giù di voce, ma l’impatto è clamoroso. se sull’album sembrano massimalisti, qui è tutto moltiplicato per dieci, le due batterie all’unisono fanno quasi impressione e più volte tra il pubblico ci ritroviamo a guardarci con la faccia da “ma quanto pensano di reggere a questo ritmo?”. iniziano a circolare voci sul concerto di milano che sarebbe durato qualcosa come quaranta minuti… francamente non mi sembra improbabile. a tradimento, The rest will follow. ancora più marziale, ancora più emotiva. io non ho più parole da spendere su questa canzone. Conrad lascia la chitarra per la batteria ed inizia l’interregno di Jason. una Caterwaul esplosiva che mantiene tutto quello che promette su cd, e poi una scarica di brani presi da Madonna (Mistakes & regrets, una A perfect teenhood violentissima, Totally natural da brividi e Aged dolls. altro pezzo su cui non ho più parole da dire). la tensione continua a crescere, il suono è sempre più al limite di diventare qualcosa di fisico e tangibile. nelle prime file si poga, ma tutto appare come se succedesse al rallentatore, in una scena dai margini sfuocati. arrivano brani da ST&C, ma non quelli che mi aspettavo. attenderò invano Baudelaire e Relative ways, ma ripensandoci visto l’approccio della serata hanno molto più senso Homage e Days of being wild. non è un concerto, è un aereo in picchiata. Jason e Conrad si alternano sempre più frequentemente, i pezzi si susseguono senza troppe pause, c’è tempo ancora per una versione intensissima di Heart in the hand of the matter e poi si chiude su Another morning stoner. più monolitica e meno sfumata di quanto ero abituato a sentire, ma le rullate che emergono dallo sfondo e ti schiaffeggiano valgono la trasformazione. o almeno, sembrava che si chiudesse. in realtà non c’è ne tempo, né spazio, né voglia di menate per scendere, farsi applaudire e risalire sul palco. e così, di nuovo gli strumenti in mano e arrivano i bis dell’anno, How near how far da lacrime e finale ad esaurimento scorte su Richter scale madness. nonostante la leggenda li precedesse, non distruggono strumenti e non li lanciano tra il pubblico. controllo l’orologio. un’ora e dieci. ed è la prima volta in anni che esco soddisfatto, senza aver voglia di ascoltare altro e con la sensazione che sì, ho visto e vedrò altri concerti, nemmeno troppo lontani, ma anche solo avvicinarsi all’onda d’urto fisica ed emotiva di questo sarà arduo. felice di essere stato qui solo.
it's a shame about moonman157 martedì, 15 marzo 2005 Feeder (Magazzini Generali - Milano, 10/03/2005) (in ritardo, ma ho lottato contro il sonno tutto il weekend)
seconda avventura a milano nel giro di poche settimane e inizio di uno dei fine settimana più massacranti dell’anno (bella fatica, è marzo). si replica la mattinata di lavoro a bolognatown e poi via nel primo pomeriggio. stavolta coi parcheggi va decisamente meglio, centro al primo colpo ed esattamente davanti all’ingresso. seguono amene passeggiate in zona duomo, giri per negozi, la solita microcena. alle 9 e qualcosa, siamo di nuovo dentro i magazzini generali.
non attendiamo molto prima che i quattro prendano il palco. Grant, Taka, il chitarrista aggiunto Dean e il mio modello di batterista ideale, Mark Richardson. quello che prima percuoteva le pelli negli skunk anansie. cito Filo perché ha detto una cosa che rispecchia esattamente quello che penso, anche se si riferiva ad un altro concerto: “è stata l’unica volta che ho passato così tanto tempo a guardare il batterista invece che il resto del gruppo”. non so perché, ma vederlo mollare mazzate metronomiche senza sosta e senza nemmeno scomporsi troppo mentre intorno volano pezzi di bacchette e i piatti oscillano come se dovessero andare per terra mi mette sempre di buonumore.
aprono come sul nuovo album con Feeling a moment, facendo seguire subito dopo Comfort in sound. Pushing the senses fa la parte del leone in scaletta, eseguito quasi per intero. la maggior parte degli altri pezzi arriva dai due album precedenti, mentre passano praticamente sotto silenzio Polythene e Yesterday went too soon. l’impressione generale è che la band abbia trovato un equilibrio più soddisfacente – anche se a volte un po’ comodo – vicino alle forme del midtempo e della ballata, con arrangiamenti ipercurati e misurati che lasciano spazio tanto agli archi quanto alle chitarre senza sacrificare nessuno dei due. la conferma arriva da una versione ahimè svogliata di Buck Rogers (e dall’assenza di Seven days in the sun), ripagata però da una Come back around tiratissima e compatta (e regolarmente, ogni volta che la sento, mi rivedo le gradinate dello stadio di ancona che si aprono davanti agli occhi rivelando il palco. corriamo su per le scale e poi giù di nuovo, siamo arrivati appena in tempo, c’è ancora il sole. la capiremo in due, chissenefrega). vengo ampiamente ripagato anche da una bella versione di Turn e da una spigolosissima We can’t rewind (non speravo nemmeno di sentirle). Bitter glass e Frequency guadagnano in energia senza perdere sfumature, Tumble and fall si libera dei fantasmi britpop che la abitano; Just the way I’m feeling continua ad essere un colpo sferrato allo stomaco e continuerò ad incassare. Attimo di panico nei bis, Pain on pain e Dove grey sands fanno precipitare la tensione ai minimi della serata, ma ci si riprende quando la prima fila attacca a cantare Just a day fra le risate e gli sguardi increduli della band, che è costretta a seguirli e si lancia a rotta di collo verso il finale. che altro dire? band precisa, bei suoni, Grant ha una voce ottima anche se scopriremo poi che era raffreddato. guadagnamo l’uscita (eufemismo per “quei bastardi idioti dei buttafuori che se andassero a lavare i vetri magari prima o poi li butterebbe sotto qualcuno ci sbattono fuori dal locale tre minuti dopo la fine”) e con un po’ di pazienza riusciamo anche a strappare due chiacchiere e una foto a Taka e Dean. alla prossima, quando tornano mi ritrovano di sicuro.
P.S.: il reportage della Mus_A^ è molto più divertente del mio. it's a shame about moonman157 giovedì, 24 febbraio 2005 The Killers (Rolling Stone - Milano, 22/02/2005) arriviamo a Milano lasciandoci alle spalle la neve. qui fa un freddo polare ma di bianco non se ne vede. dopo una mezz’ora abbondante a cercare un posto per la macchina la Mus_A^ consiglia di provare a evocare l’apposita fatina dei parcheggi. mi rendo conto di essere abituato troppo bene quando dopo altri venti minuti mi ritrovo a tenere il volante fra i denti sibilando commenti su cosa sta facendo al momento la parking fairy e su cosa facesse sua madre a tutti gli animaletti del bosco prima di lei. riusciamo a mollare l’auto poco dietro il rolling stone con un gran colpo di culo e ci avviamo. (segue giornata a Milano di cui non sto a postare resoconti. so solo che continuo a innamorarmi di questa città, che le pazze le trovo tutte io, che ho le caviglie distrutte a forza di girare a piedi e che 98 euro per una cravatta sono ancora troppi.) entriamo al rolling stone un’oretta prima del concerto: c’è gente ma non è pienissimo come pensavo. la cosa che non mi aspettavo è l’età variabile dei presenti, temevo un afflusso incontrollato di ragazzine (che probabilmente saranno assiepate in prima fila) e invece ci sono anche parecchi over 30, per non dire quasi 40. reduci degli ottanta che hanno ritrovato qualcosa di familiare, probabilmente. gli special guest strombazzati sul biglietto non ci sono. tanto meglio. Brandon Flowers e compagni prendono il palco alle 10, tutti in giacca tranne il bassista, e attaccano con Midnight show. subito dopo Andy, you’re a star rivela inquietanti assonanze con certi pezzi atmosferici dei Cars (alla Moving in stereo, tanto per dire). l’accoppiata Mr. Brightside – Smile like you mean it sveglia una platea un po’ impagliata e mi stampa un sorriso soddisfatto in faccia. Flowers è un bel frontman, l’impostazione da las vegas c’è (ironica o meno) e lui sembra un incrocio riuscito tra uno Scott Weiland meno tossico e un Frank Sinatra più giovane. si occupa anche dei sintetizzatori, finendo spesso trincerato dietro le tastiere. la voce grazie a dio tiene bene e regge il confronto con le versioni in studio. gli altri sono un po’ apatici, tranne il batterista che sembra non riuscire a stare seduto. ”This is a song about boys, girls and everything in between” è la frase che precede Somebody told me. la canzone con il ritornello più stupido e di conseguenza più geniale del 2004. il pubblico finalmente si scuote e mi conferma il dubbio che metà della gente qua dentro non sia andata oltre i due singoli. i quattro si giocano un paio di inediti interessanti e quasi tutto l’album, tranne Everything will be alright (poco male) e Believe me Natalie (purtroppo). Jenny was a friend of mine è più energica del solito ma resta uno dei pezzi più belli usciti lo scorso anno, Glamorous indie rock & roll chiude la prima parte del set e parte la pantomima dell’uscita e del rientro per i bis. il tutto è un po’ ridicolo, visto che sono passati poco più di quaranta minuti. c’è tempo ancora per una versione estesa di On top e la chiusura su All these things that I’ve done, che anche senza il coro gospel resta più che rispettabile. in tutto un’oretta scarsa, saluti e baci per tutti e arrivederci alla prossima. nell'insieme, bel concerto e band da rivedere alla prima occasione disponibile. esaurito il live, scatta il teatrino degli intenditori di ‘sta minchia che si lamentano generalmente per gli eccessivi riferimenti wave (e sono tutti vestiti in giacca stretta e cravattina sottile) e per la scarsa durata (la loro totale dedizione al gruppo probabilmente ha reso difficile notare che hanno pubblicato un solo album). tra il pubblico scorgo carolina di mtv e devo ammettere in tutta sincerità che vista dal vivo è di una bellezza stratosferica, quasi imbarazzante. ritroviamo la vettura sana e salva e ripartiamo per bolognatown. in mattinata da Cesenatico arrivano ulteriori notizie di neve e strade impraticabili. l’autostrada è chiusa e sono bloccato qui. aiutatemi. mandatemi un elicottero. sos.
it's a shame about moonman157 giovedì, 10 febbraio 2005 Righeira (Estragon - Bologna, 08/02/2005) lo ammetto, ho un’insana passione per gli anni ’80. sono letteralmente un junkie. ho iniziato andando a cercare band e album “ingiustamente sottovalutati”, argomentando a spada tratta in chat e forum che non si potevano cestinare così gli anni che comunque hanno prodotto gente come R.E.M., Cure, Depeche Mode, Smiths, Talking Heads (o magari Replacements e Hüsker Dü, se dovevo litigare con un alternativo di ‘sta cippa). lentamente ho rimesso le mani sui Cars, dicendo che erano solo un guilty pleasure, o sui Talk Talk, che erano più avanti dei Radiohead ma nessuno se li è mai filati. poi sono venuto a patti con il fatto che non riuscivo a controllare la cosa, ho gettato la maschera e ho comprato di tutto. sì, lo ammetto, ho anche un cd di Bonnie Tyler, e il primo che prova a fare lo spiritoso è sicuramente un ossessivo più nostalgico/malato di me ma che vuol passare per connoisseur con la puzza sotto il naso. (oh, adesso va meglio.) beh, un paio di settimane fa arriva la notizia. martedì grasso, a Bolognatown ci sono i Righeira. attimi di confusione, cerchiamo di scoprire se fanno un concerto o se c’è soltanto un dj set. pare che facciano una performance. rotti gli indugi, martedì sera io e la Mus_A^ ci avviamo furtivi verso l’Estragon saltando a piedi pari la cena. già la serata inizia bene quando in via rizzoli avvistiamo cinque pazzi vestiti da pac-man, blinky, inky, pinky e clyde. evidentemente pac-man deve avere appena ingoiato un power up, perché i quattro scappano e urlano come disperati mentre il dischetto giallo li insegue sorridente. (giusto per rendere l’idea, è la stessa cosa che fanno quelli di pac manhattan, ma con costumi nettamente migliori. correvano troppo, non siamo riusciti a fare una foto.) all’Estragon la musica è totalmente a tema, sugli schermi passa una sfilza di vecchi video e alcuni non li vedevo da quando facevo le elementari. cerco di mantenere un alone di distacco, ma è dura. verso le 11.30, arrivano sul palco. sono un po’ ingrassati, un po’ invecchiati e hanno delle t-shirt con una scritta luminosa che scorre sul petto (“Michael Righeira” e “Johnson Righeira”, per amore di precisione e dovere di cronaca). gli schermi mandano uno slideshow con tutte le copertine di riviste in cui i due sono finiti e si fermano su un vecchio numero di non so cosa, i fratellini nudi e il titolone cubitale “Righeira: così a sanremo” (se ritrovo la foto giuro che la posto). iniziano con un remix de L’estate sta finendo e scopro più tardi che fa parte di iconoclash… a me boosta sta francamente sulle palle ma il pezzo è venuto più che bene. segue Innamoratissimo (sanremo 1986), e subito dopo, No tengo dinero. sempre più difficile essere obiettivi. ah, ovviamente non c’è una band ma si limitano a cantare sulle basi (sai che novità, lo hanno sempre fatto). passano un paio di pezzi mai sentiti, una cover quasi drum’n’bass di Arriva la bomba (quella di dorellik), e poi lei. Vamos a la playa. qua ormai non è più distaccato nessuno, figuriamoci io. subito dopo, la misconosciuta Luciano Serra Pilota mi fa sospettare che vent’anni fa i due fossero davvero troppo avanti e non ce ne siamo accorti in tempo. una canzone assolutamente futurista, nel senso di Marinetti. la performance volge al termine, c’è ancora tempo per chiudere il cerchio con la versione originale de L’estate sta finendo. c’è gente che balla, una quantità industriale di accendini sollevati e praticamente tutti stanno cantando, anche quelli che non guardano verso il palco. (glisso volentieri sul bis inutile, un remix latineggiante di Vamos a la playa che vorrei dimenticarmi in fretta e che fa molto party aziendale. del resto, nessuno è perfetto). la mattina dopo, ci si sveglia a Bolognatown con un sole quasi primaverile. di tanto in tanto, amo questa città. P.S.: un ultimo pensiero va alla finta punkette che mi ha ballato sui piedi e urlato alla cazzo nelle orecchie per tutta la sera (finta perché, come mi faceva giustamente notare la Mus_A^, a fare gli straccioni con gli occhiali di mikli e il papy che ti paga l’appartamento sono capaci tutti). spero che il 10 ti abbia colto di sorpresa mentre attraversavi via stalingrado, scambiandoti per un gatto nero viste le tue ridotte dimensioni e l’abbigliamento. e guarda che io adoro i gatti.
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i R.E.M., suonare, mangiare cinese, il cinema, mangiare thai, internet, girare in bici, comprare cd, perdere tempo al centro commerciale, stare all'università , leggere, il geekPod, Angelina Jolie, Lamù, Uma Thurman, le cravatte, le camicie strette, le adidas superstar, passare inosservato, gli Smiths, il bianco e nero, vedere i Simpson anche se ormai li conosco a memoria, gli 80s seri, gli 80s sputtanati, il flaming gratuito, i Pixies. imparare HTML, le recensioni snob di Pitchfork, i blog che si piangono addosso, i blog gotici, i blog letterari, chi commenta sui blog per abbordare, le suicide girls, quattro irlandesi senza idee che fanno politica no global così la gente compra i cd per la causa e non ascolta (perchè la gente è stupida), il service pack 2, la sveglia a qualunque ora, chi si sente in colpa per farti sentire in colpa e sentirsi meno in colpa, le passeggiate inutili la domenica pomeriggio. www.flickr.com
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