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the district sleeps alone tonight |
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"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."
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lunedì, 20 marzo 2006 V per Vendetta (James McTeigue, 2006)
torno al cinema dopo settimane di pausa. e passo due ore seduto in sala con una domanda che mi ronza in testa.
“perché?”
la visione del suddetto film mi ha lasciato un po’ – come dire – scisso, e l’unico modo che ho per venire a patti con la mia schizofrenia di fondo è risolverla così.
recensione 1 (non sai chi è Alan Moore, i fumetti sono roba da bambini):
V per Vendetta cammina su una linea sottile e scivolosa, la stessa che praticava il primo Matrix. quella linea sottile e scivolosa che sta tra il film d’azione e il film che ti fa pensare. e così, tra le esplosioni che scuotono una Londra livida e quasi repellente, si insinua una riflessione più ambigua sulla perdita delle libertà civili e su quello che può essere considerato legittimo per riconquistarle. un frullato di 1984 e Fahrenheit 451 rovesciato distrattamente tra lanci di pugnale e sequenze in bullet time, un antieroe mascherato che sotto il mantello e la maschera porta un’idea concreta e un carico di paranoie da fare invidia a Batman. V per Vendetta non è fatto per piacere al pubblico della domenica sera, è fatto per prenderlo in giro. perché lo trascina col solito trucco nel solito posto, solo per poi deriderlo della sua stupidità e allungargli, tra le carezze visive che riempiono gli occhi, un sonoro ceffone morale. uno di quei film che avresti voglia di vedere in lingua originale per riuscire ad apprezzare quello che Hugo Weaving fa nascondendosi dietro una maschera per due ore. aggiungi Natalie Portman e Stephen Rea paurosamente in parte e una serie di sequenze esaltanti e disturbanti al tempo stesso (una su tutte l’esplosione del Big Ben) e ti ritrovi fra le mani un oggetto che sebbene poco classificabile riesce comunque ad affascinarti. come un sorriso smagliante che ti accoltella di nascosto. recensione 2 (sai chi è Alan Moore, non si chiamano fumetti ma graphic novel):
la prima cosa che pensi quando partono i titoli di coda è che capisci perché Moore si è fatto togliere dai credits. perché questo non è più V for Vendetta. questa è un’accozzaglia di scene prese pari pari dall’opera originale e incollate tra loro con un filo di sceneggiatura che può vagamente ricordarla ma comunque inventato di sana pianta. quasi 300 pagine di pugno nello stomaco che grondano politica e sibilano “anarchia” ad ogni tavola trasformate in un mezzo poliziesco. un personaggio sinceramente enigmatico e inquietante svuotato fino a diventare quasi cabarettistico. un discorso morale ampio semplificato fino a diventare il solito pistolotto da teoria della cospirazione. svaniscono tutte le figure e le sottotracce che rendevano V for Vendetta un’opera molto più corale di quello che sembra in superficie. svanisce il Fato, e chi ha letto sa cosa vuol dire. e vedere un Leader che sbraita alla telecamere con piglio nazifascista fa sicuramente effetto, ma non quanto vedere un Leader che cade lentamente a pezzi sotto il peso di un’umanità nascosta per troppi anni. svanisce, sostanzialmente, tutta la circolarità della storia, il senso di trovarsi realmente ad assistere ad un domino gigante in cui ogni tessera cade al suo posto e contribuisce al disegno finale. le tessere del domino di V per Vendetta grippano e si fermano a metà strada, e non basta azzeccare la sequenza finale e mettere Street Fighting Man nei titoli di coda per togliere l’amaro che resta in bocca. vabbè, lo ammetto, era difficile ma ci avete provato lo stesso. adesso però lasciate stare almeno Watchmen, per favore.
e prevalga l’Inghilterra. it's a shame about moonman157 lunedì, 17 ottobre 2005 Howard e il destino del mondo (Willard Huyck, 1986)
cosa succede quando la domenica sera non sai cosa fare?
vedi qualche amico. ordini una pizza. metti su un film. mi sono reso conto dopo i primi cinque minuti che non vedevo Howard da anni, considerato che al di là di qualche sequenza sparsa non mi ricordavo quasi nulla. ora, il problema di quando lasci sedimentare un film per così tanto tempo nella memoria è che rischi di essere decisamente poco oggettivo quando lo rivedi. la nostalgia, i ricordi dell’infanzia, il cinema la domenica pomeriggio…
in questo caso il problema non si pone. perché anche a voler essere oggettivi a tutti i costi, Howard accumula un quantitativo talmente impressionante di difetti, puttanate e debolezze che diventa assolutamente impossibile resistergli. mi spiego meglio: a metà anni ’80 George Lucas (no, non è un errore di battitura) produce un film di fantascienza su un papero alieno proveniente da un pianeta identico alla Terra tranne per il fatto che l’evoluzione ha privilegiato i pennuti rispetto alle scimmie. il suddetto pennuto finisce a Cleveland trascinato dal raggio di uno spettroscopio laser (…) abitualmente utilizzato per scansionare le emissioni di gas su Alpha Centauri (sì, ok), e conosce una musicista squattrinata (Lea Thompson che arrivava fresca fresca da Ritorno al futuro) con dei capelli improponibili e una band che neanche le Bangles. l’incontro è peraltro drammatico, la fanciulla rischierebbe lo stupro da parte di ignoti (vestiti come i culture club) se non fosse per l’intervento a colpi di quack-fu (giuro) del pennuto. ovviamente tra i due scatta qualcosa, alla faccia di Darwin, Mendel e compagnia bella.
la ragazza ha un amico che fa l’assistente di laboratorio ed è idiota come solo un geek da film anni ’80 (ed è Tim Robbins. sì, il sig. susansarandon). tuttavia non è abbastanza idiota da non avere amici rispettabili: entra in scena il dottor Jennings, che spiega tutta la questione dello spettroscopio giusto in tempo per subirne l’esplosione durante l’ennesimo esperimento-cazzata. e non sarebbe un esperimento-cazzata se non si andasse a liberare chissà quale male cosmico: trattasi nello specifico di un Oscuro Super Sovrano Dell’Universo (d’ora in avanti OSSDU per comodità), simpatico esserino votato alla distruzione che sceglie Jennings come organismo ospite prendendo così due piccioni con una fava: permettere agli sceneggiatori di stiracchiare un plot da telefilm per un’ora e quaranta e far risparmiare soldi all’Industrial Light & Magic, che ci fa vedere la vera faccia dell’OSSDU solo a dieci minuti dalla fine. l’OSSDU rapisce quindi la ragazza e torna al laboratorio, al fine di usare lo spettrosadiochecosa per far scendere anche i suoi amichetti (non prima di aver fatto un casino allucinante in autogrill, in autostrada e in una centrale nucleare, e di aver decisamente peggiorato l’aspetto dell’organismo ospite). il papero e l’idiota si lanciano al salvataggio, usando nell’ordine un deltaplano a motore e una specie di macchinetta per girare sui campi da golf armata con un disintegratore a neutroni (e ‘sti cazzi, aggiungerei). eviterò gli spoiler sul finale pirotecnico per rispetto verso quelle quattro persone che non l’hanno mai visto (e un po’ mi inquieta pensare che ci siano).
questo non è un film. è un frullato disney virato in acido, un test per controllare quanto si è ancora in contatto col proprio bambino interiore. io me lo tengo buono, fosse anche solo per rivedere un papero fare il passo dell’oca come Chuck Berry. it's a shame about moonman157 giovedì, 07 luglio 2005 La guerra dei mondi (Steven Spielberg, 2005) ovvero vennero, videro e ci inc… ah no, c’è tom cruise, allora vinciamo noi.(“sì, ma come?”
“che domande del cazzo. c’è tom cruise, quindi vinciamo noi. anche se non si capisce come.”) uno quando va al cinema il mercoledì sera rinunciando al suo sacrosanto mojito vorrebbe qualcosa di più. qualcosa di più rispetto ad un film che parte sgommando in quarta e fa salire un senso di angoscia e di oppressione non indifferente e poi si smonta come un soufflè venuto male.
qualcosa di più rispetto a un tom cruise che cerca disperatamente di fare il Maverick cresciuto e sembra solo un deficiente patentato con la Mustang. qualcosa di più rispetto ad una figlia che all’inizio sembra una bambina problematica ma interessante e si trasforma in una frantumapalle da antologia – roba da lasciarla agli alieni pur di smettere di sentirla. qualcosa di più rispetto allo stereotipo del figlio-ribelle-che-scopre-il-senso-civico-e-vuole-combattere (e che sopravvive all’esplosione di qualcosa come mezzo Massachussetts non si capisce bene come – ah no, aspetta. è il figlio di tom cruise). in generale, qualcosa di più rispetto a Spielberg che dirige metà film con la mano destra e metà con la sinistra. il contrasto è stridente. perché se la prima parte è quasi spiazzante nel non volersi appoggiare all’effettone a tutti i costi e si focalizza piuttosto sul disorientamento della ex specie dominante del pianeta, tra panico incontrollato e scene da sfollamenti della seconda guerra mondiale, la seconda parte del film si perde in una serie di episodi incollati con il vinavil che preludono a uno dei finali più inutili, surreali e grondanti melassa che ho visto ultimamente. senza peraltro dare un minimo di spiegazione leggermente più approfondita su cosa cazzo sia successo e su perché una specie aliena abbastanza intelligente da costruire una nave spaziale, trasportare e seppellire sulla terra un numero imprecisato di veicoli da guerra in modo che nessuno li trovi e soprattutto fare tutto questo prima dell’alba dell’uomo, debba aspettare che il suddetto uomo proliferi prima di scendere a prendersi il pianeta (“sorpresa! siamo qui sotto da millenni e adesso vi apriamo le chiappe!”). (ah no, aspetta. se fossero scesi prima non avrebbero trovato tom cruise. che stupido che sono.)
cose che ho imparato dal film:
- una bicicletta non ti fotte mai, anche in caso di impulsi elettromagnetici; - i microbi amano tom cruise (sarà questione di dimensioni simili...); - gli invasori alieni non portano la maglia di lana. ridatemi i Visitors, vi prego.
it's a shame about moonman157 mercoledì, 25 maggio 2005 Star Wars - Episodio III: La vendetta dei Sith (George Lucas, 2005)
del resto, è ormai chiaro che sono un geek. di conseguenza ho una posizione ben precisa nella diatriba Star Wars vs. star trek, ed è palese che mi schiero nettamente a favore delle vie della Forza. non ho mai sopportato l’enterprise, non me ne potrebbe fregare di meno neanche se kirk e picard si prendessero platealmente a schiaffoni, ho provato a guardarlo un sacco di volte e mi sono sempre annoiato come se stessi osservando l’acqua che bolle sul fuoco.
e di conseguenza, lunedì sera non ho resistito al richiamo. anche se sapevo benissimo cosa mi aspettava, anche se sono d’accordo in pieno con quest'articolo di Popmatters su come la magia di SW sia sparita da un pezzo. però la completezza è la completezza e non potevo esimermi.
eviterei qualsiasi dettaglio sulla trama, non tanto per non fare lo spoiler ma solo perché è come un puzzle a cui manca un solo pezzo… l’immagine è ormai completa e basta un piccolo sforzo di fantasia per capire cosa potrà mai succedere.
La vendetta dei Sith soffre sostanzialmente degli stessi problemi dei due episodi precedenti: lento, farraginoso, con una sceneggiatura che vorrebbe essere complessa ma riesce solo ad essere confusa e con alcuni dialoghi da scuole elementari. Lucas lavora col pilota automatico (e del resto chi potrebbe biasimarlo? la storia del cinema l’ha segnata, i soldi li ha fatti…), arrivando con l’Industrial Light & Magic dove non arriva più con l’ispirazione e gettando di tanto in tanto un riferimento anche solo visivo alla vecchia trilogia (la nave su cui si consultano Kenobi, Organa e Yoda, la battaglia dei wookie in cui si vede Chewbacca, lo scheletro della Morte Nera e via discorrendo). gli attori non aiutano: se Ewan McGregor è sempre credibile, Natalie Portman è bella e basta e Ian McDiarmid talmente viscido da diventare una caricatura (in più di un’occasione invece di Palpatine sembrava di vedere il Dottor Male). Una riga a parte per Hayden Christensen, perché un gatto di marmo di quella caratura non si vede in giro tutti i giorni, con una gamma espressiva che va da “occhi chiusi” a “occhi aperti” e il carisma di un elenco telefonico. non so chi si sia occupato del casting ma evidentemente ha un ottimo pusher. qualcosa però in fondo c’è. probabilmente indipendente dal film, sicuramente più nostalgica che altro… fermo restando che gli episodi 1,2 e 3 sommati non valgono la metà de Il ritorno dello Jedi.
ma quando nella parte finale ti trovi di fronte al duello che per vent’anni hai solo immaginato (“ci rincontriamo, Obi-Wan…”), e soprattutto quando in un primissimo piano vedi chiudersi quella maschera e senti quel respiro per la prima volta, qualcosa si scuote e ti scorre velocemente lungo la schiena. e così, esci con la voglia di rivedere Luke, Han, Leia e tutti gli altri. anche Lando Calrissian, che ti è sempre stato sulle palle. pensi a quando avevi dieci anni e giocavi facendo finta di avere una spada laser. non si fa così, è un colpo basso. soprattutto se arriva da quella che avrebbe dovuto essere una trilogia-evento e si è ridotta a una via di mezzo tra un greatest hits per appassionati e un teaser della madonna per un film di 28 anni fa.
it's a shame about moonman157 martedì, 08 marzo 2005 Le avventure acquatiche di Steve Zissou (Wes Anderson, 2004)
Steve Zissou respira sott’acqua. e di conseguenza la cosa comporta qualche difficoltà. perché respirare sott’acqua significa girare gli oceani su una ferraglia post bellica arredata come una casa di bambole, con un microsottomarino (giallo) ricavato da un vecchio elicottero, accompagnato da un equipaggio più scalcinato della nave. significa immergersi e sentire i Devo, mentre in superficie un marinaio brasiliano di nome Pelè canta David Bowie in portoghese. significa dare la caccia a uno squalo gigante che forse non esiste, un po’ perché ha ucciso il tuo padre/mentore/migliore amico, un po’ per non pensare che i finanziatori non finanziano più e che il vero squalo è in casa, fuma sigari sottili e si è divorato tutta la tua fiducia. significa vedere cavallucci marini iridati, fragolini fluorescenti e granchi caramella che si muovono come le creature di Harryhausen, talmente finti da farti dubitare che forse anche tutta la serie delle avventure acquatiche in realtà non sia altro che la grande truffa dell’oceanografia. significa scoprire di avere un figlio anche se biologicamente la cosa non è fattibile e anche se non si è mai voluto essere padri. significa farsi attaccare da pirati filippini in acque non protette e liberarsene in una sparatoria da poliziottesco anni ’70, senza rumore di spari ma con Search and destroy che fa molto più rumore. significa trovare lo squalo che ti ha tolto il padre che avresti voluto e il figlio che ti avrebbe voluto come padre, e lasciarlo andare, perché alla fine se fai esplodere la tua chimera con la dinamite non puoi lamentarti se poi non riesci a sognare la tua avventura. significa prendere una sbandata per una giornalista incinta che ha la tua foto sulla scrivania da quando ha 6 anni e adesso che ti ha trovato non riesce a farti saltare in aria, ma solo a farti sembrare “vanesio e un po’ stronzo” (come uno squalo a macchie luminescenti che si pavoneggia negli abissi perché è l’unico luogo in cui raggiunge il massimo dell’effetto). Steve Zissou non capisce la terraferma, e tutte le sue questioni (“Kentucky… c’è un sacco di campagna laggiù. niente mare”). così come Wes Anderson non capisce le famiglie “normali” e continua a costruirne di disfunzionali, magari non corrosive come i Tenenbaum ma più liriche e aliene. e finchè continuerà a raccontare storie senza raccontare assolutamente nulla, a dipingere i personaggi curando maniacalmente ogni singolo dettaglio visibile, e ad avere il coraggio di incastrare la scena più emozionante a venti minuti dall’inizio e non alla fine (se mentre Steve cammina sempre più veloce sul ponte Life on Mars? è l’unica a comparire nella versione originale ci sarà un motivo…), allora continuerò a ritrovarmi in sala. e a uscire – questa volta – con la voglia di un berretto rosso e uno speedo, da portare rigorosamente con una divisa azzurra e un paio di ormai introvabili Adidas Zissou, almeno per una settimana o due. “abboccano?”
”mhm.” it's a shame about moonman157 lunedì, 07 marzo 2005 Constantine (Francis Lawrence, 2005)
Constantine è un film con più pregi che difetti. in primis, il protagonista è un antieroe efficace: sarcasmo feroce, trenta sigarette al giorno e un tumore in fase terminale, vede angeli e demoni, ha tentato il suicidio ma è stato salvato (in terra, non per il post mortem, ché a quanto pare l’inquilino dell’ultimo piano se ne è risentito e lo vuole cacciare all’inferno), si occupa di rimandare a casa chi sconfina da piani differenti di esistenza facendo così risentire anche l’inquilino del seminterrato e sperando che serva a qualcosa per migliorare la sua (futura) condizione. (il “sei fottuto” detto a Constantine da un tale Gabriele riassume bene il tutto.) altro pregio, il film è una gioia per gli occhi: effetti a iosa ma che non appesantiscono, e una cura nella confezione che riporta alla mente certi graphic novel quando si mettono in testa di imitare il cinema. difetti: un po’ lento e troppo lungo. storia tutto sommato debole, una serie di episodi cuciti assieme e cuciti addosso al personaggio. una bella atmosfera da thriller mistico/occultistico un po’ buttata via, uno zibaldone di guerra fredda tra paradiso e inferno, figli di satana in arrivo, lance del destino, crocefissi usati per fabbricare armi, arcangeli ambiziosi e invidiosi che si risolve (?) in cinque minuti di semiesorcismo e colpo di scena. restano comunque un paio d’ore fracassone e confuse, non appassionanti ma divertenti, che prendono a calci col sorriso sulla bocca una discreta serie di luoghi comuni cattolici (ops, mi è scappato un pleonasmo) e non ti lasciano con la sensazione di esserti fatto rubare cinque sacchi. keanu reeves in parte, tilda swinton è perfetta come arcangelo ma inizia a rompere come asessuato/a, peter stormare è uno dei luciferi migliori visti ultimamente. un discorso a parte per gavin rossdale, che è entusiasmante quanto un disco dei bush e credibile come una banconota da undici euro. da domenica sera, né più né meno.
it's a shame about moonman157 lunedì, 14 febbraio 2005
e così, non era morta. o almeno, era morta ma è resuscitata. cioè, un sensei cieco (Terence Stamp… ma perché l’occidentale non vedente esperto di arti marziali al cinema tira sempre? Furia cieca docet…) l’ha resuscitata in una scena intensissima che dura qualcosa come cinque secondi, ma vabbè, vuoi andare a sprecare pellicola per far capire come mai stai facendo un film su un personaggio morto trafitto in un altro film? fatto sta che Elektra inizia decisamente bene, con un passo un po’ freddo ma elegante, e si concede il lusso di perdersi allegramente per strada. nella prima ventina di minuti Bowman costruisce le premesse per un personaggio quasi leggendario, sfuggente, sempre al confine tra vita e morte che si rivela poi essere una donna legnosa e ossessivo-compulsiva (con tanto di nevrosi per l’ordine e la pulizia), che fa l’assassina un po’ per soldi un po’ perché è l’unica cosa che le riesce bene (ma non c’era anche in Leon questa cosa? vabbè, non sottilizziamo). ma è quando la suddetta scopre di dover uccidere il piacente vicino di casa con annessa figlia-ribelle-ma-simpatica-che-scatena-identificazioni-non-previste (colpo di scena leggerissimamente telefonato, ma vabbè) che il film prende la china discendente dell’action movie di tutti i giorni. se la Jenny (ormai sono in confidenza) è più che attendibile nella parte del personaggio combattuto tra sentimenti e incarichi da svolgere (ma non è così anche in Alias? vabbè…), la sceneggiatura abbozzata a colpi d’accetta la trasforma lentamente in un mix tra Ripley e Sarah Connor (vabbè…) con un difficile bilanciamento tra rabbia omicida e purezza d’animo (sento un turbamento nella Forza, ma vabbè…) che si ritrova a dover difendere/salvare un bambino che si rivela molto più potente di quello che sembra (ma non era simile anche Il bambino d’oro? vabbè…). il tutto guarnito con combattimenti spettacolari, alcuni villain totalmente fumettistici (nel senso di bidimensionali), contorno di cultura orientale di recupero e una spolverata di storia d’amore, nonché un finale decisamente bietolone. in sintesi:
mi ributto sotto le coperte, l’influenza di lunedì mattina non è proprio la cosa peggiore del mondo.
it's a shame about moonman157 giovedì, 03 febbraio 2005 Contenders - Serie 7 (Daniel Minahan, 2001)
prendete sei estranei scelti a caso, date loro un arma e costringeteli ad ammazzarsi uno con l’altro. e ovviamente fateli accompagnare costantemente da un cameraman, perché Contenders è un reality show arrivato alla settima serie. se l’idea non è esattamente da campionato mondiale di originalità (considerato che è presa pari pari da La decima vittima), il film riesce comunque a dipanarsi con un gusto e una cattiveria che tiene attaccati allo schermo. girato interamente in digitale e montato come una puntata-riepilogo di fine serie, tra interviste ai protagonisti, scene di vita vissuta e momenti di caccia vera e propria (e con tanto di voice over e clip di anticipazione sistemati prima dei break pubblicitari), Contenders dà l’impressione di trovarsi realmente di fronte ad un programma televisivo. i partecipanti sono relitti umani che apparentemente hanno ben poco dell’assassino ma ci mettono ancora meno a entrare nel ruolo: un disoccupato con famiglia a carico e precedenti di droga, una diciottenne con genitori ipercompetitivi, un malato terminale di cancro che riscopre l’istinto di autoconservazione, un anziano convinto che si tratti solo di finzione, un infermiera ultracattolica e dall’etica distorta e, ultima ma non meno importante, una campionessa in carica incinta e prossima al travaglio. quello che stupisce è come Minahan riesca a regalare alcune delle sequenze più disturbanti e sottilmente violente viste negli ultimi tempi (e a stemperare il tutto con uno humour nerissimo):
ma soprattutto, Contenders è una satira furibonda e divertita sui media (il contender fuggitivo ripreso dalle telecamere di un elicottero che riporta alla mente l’inseguimento di o.j., le telefonate del pubblico per segnalare l’avvistamento di altri partecipanti in fuga… la stessa resa dei conti finale ripercorsa solo come dramatization e senza le immagini reali dell’accaduto), un incrocio perverso e sorridente tra rtv, la vita in diretta e il grande fratello che quando non mira alla tv spara a zero sull’america con la pistola nel cassetto e col mito dell’autodifesa, due anni dopo columbine e un anno prima di michael moore. da vedere. nella speranza che prima o poi ne facciano un format e lo adattino a “uomini e donne”. it's a shame about moonman157 domenica, 23 gennaio 2005 La foresta dei pugnali volanti (Zhang Yimou, 2004) ovvero, si è più convincenti con un pugnale conficcato nella schiena.zhang yimou torna al wuxia dopo Hero, e non dubito che la metà della gente in sala sia qui per un effetto di trascinamento (l’altra metà è qui per sbaglio, o perché i biglietti per alexander erano esauriti). solo che questa volta non si tratta di più di una metafora sul potere, la politica e gli scopi sovraordinati. stavolta è una storia d’amore, anzi, di un triangolo amoroso. e a questo punto la questione si complica. perché se uno vuole accodarsi alla doccia d’incenso che sta partendo dalla critica e vederci il nuovo Via col vento ci sono tutti i margini per farlo. però. a me personalmente resta l’amaro in bocca per una storia che sacrifica (parzialmente) la forza delle immagini e la non linearità della narrazione di Hero per raccontare la costruzione di un amore in un tempo che, come dice uno dei personaggi, non è quello dell’amore. e di conseguenza ogni rapporto diventa un bilanciamento di distanze, ogni scelta si rivela come un tradimento, ogni posizione si ribalta in funzione di forze non comprensibili. amare diventa voltare le spalle e fuggire; tornare indietro e rendere i sentimenti concreti diventa poco meno che un duello senza vincitori, un errore che finisce con una macchia di sangue sulla neve. ecco, se c’è una cosa che distanzia Flying daggers da Hero forse è la differente idea e percezione del vortice politico che sposta le vite dei protagonisti come pedine: se Senza Nome è conscio che il suo sacrificio sia un passo verso una Cina “sotto lo stesso cielo”, Jin, Liu e Xiao Mei sono in mano ad idee e schieramenti troppo distanti e astratti per essere sentiti e appoggiati in pieno. e probabilmente è questo che non digerisco, il fatalismo di fondo che suona più melodrammatico che romantico e che sembra fatto apposta per richiamare sia il pubblico de La tigre e il dragone che quello dal fazzoletto facile (tant’è che il continuo cambiamento degli stati emotivi dei tre alla lunga finisce per disorientare e sembrare fine a se stesso – o ad uno struggimento a buon mercato). sicuramente non aiuta il fatto che il film da noi esca a pochi mesi da Hero, quando in realtà ci sono due anni di distanza tra la realizzazione dei due… ma qui si inizierebbe tutto un altro discorso e si finirebbe a parlare di relatività e paradossi temporali. resta il solito innegabile senso di eye candy e le solite coreografie spettacolari, anche se il combattimento tra i bambù arriva in linea diretta dal Cirque du Soleil (e non se ne può davvero più degli effetti digitali alla matrix e di certe soggettive sulla freccia che neanche il robin hood con kevin costner). peccato peccato peccato. e soprattutto, devo cambiare spacciatore.
it's a shame about moonman157 lunedì, 17 gennaio 2005 Saw - L'enigmista (James Wan, 2004) ovvero, “mamma da grande voglio essere Seven” .un cary elwes imbolsito come pochi (e pensare che lui ha fatto questo…) si ritrova con un apparente sconosciuto incatenato nel cesso più sporco della storia e in compagnia di un cadavere. dico apparente perché è abbastanza ovvio che per riempire l’ora e mezza dovranno accorgersi che sono collegati in qualche modo. il solito serial killer con un senso di giustizia distorto (“mad killer teaches sick life lessons”, titola uno dei giornali nell’originalissima sequenza della carrellata sui – ma guarda – titoli di giornale), l’ex poliziotto paranoico che vuole vendicarsi, il poliziotto più giovane che non arriva alla fine del primo tempo, la famigliola apparentemente felice, i cadaveri ritrovati in posa plastica, la sopravvissuta traumatizzata, il doppio colpo di scena carpiato finale… all’appello manca veramente poco. ed è un peccato perché comunque l’impressione che resta è quella della buona idea sfruttata male, del thriller da videonoleggio estivo quando piove, dialoghi che sembrano usciti dagli sceneggiatori di topolino (con tutto il rispetto per topolino) e personaggi tagliati con l’accetta. anzi, con la sega, visto che ci hanno tartassato con questa storia degli arti mozzati e alla fine se ne vede uno solo (anche se bisogna ammettere che la faccia spiritata di elwes è al livello di quella di Bruce Campbell ne La casa 2 quando si sbarazza della mano). e a voler fare i puntigliosi, la storia del dilemma caviglia vs. catena è vecchia e paga pegno a Mad Max… insomma, neutro. con buona pace del codacons e di tutta la storia che ha montato. anzi, visto che la locandina promette mani e piedi tagliati ma di mani non se ne parla, chi denuncio per pubblicità ingannevole? P.S.: torni a casa e scopri che il muletto sta lavorando per portarti The Breakfast Club. sono soddisfazioni. it's a shame about moonman157 |
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