the district sleeps alone tonight

"Honest... I ran out of gas. I, I had a flat tire. I didn't have enough money for cab fare. My tux didn't come back from the cleaners. An old friend came in from out of town. Someone stole my car. There was an earthquake. A terrible flood. Locusts. IT WASN'T MY FAULT, I SWEAR TO GOD."

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a gentile richiesta
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Chuck Palahniuk - Invisible monsters
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CDs:
The Futureheads - News and tributes
Armor for Sleep - What to do when you are dead
Built To Spill - Keep it like a secret
Silent Drive - Love is worth it
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movies:
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Eternal sunshine of the spotless mind
Lost in translation
The Life Aquatic with Steve Zissou
Sin City

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I adopted a cute lil' emo fetus from Fetusmart! Hooray fetus!

mercoledì, 28 giugno 2006

ego vs. emo 2-1

un po’ perché l’autopromozione non guasta mai, un po’ perché siamo una finta indie band che aspetta solo l’occasione per sputtanarsi a dovere (e possibilmente prendere a calci in culo i negramaro durante il procedimento) e un po’ perché il fotografo ha fatto decisamente un bel lavoro… su questo flickr c’è una gallery dell’ultimo festival a cui abbiamo partecipato.
(sembra quasi una cosa seria.)
p.s.: sono pienamente cosciente del fatto che la mia credibilità indie viaggi già da tempo su un terreno molto scivoloso e che quanto ho detto prima non aiuti molto.
procedo pertanto a darle il definitivo colpo di grazia nonché dignitosa sepoltura.
perché dopo la splendida notizia che i Cult hanno annullato la stramaledetta unica data italiana, ho le palle che potrebbero tranquillamente gareggiare con un minipimer.

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venerdì, 26 maggio 2006

allora

inizia così.
un mercoledì sera qualsiasi verso la fine di marzo vi fate prendere dall’impeto e decidete che no, non si può andare avanti senza uno straccio di cd fatto seriamente. di conseguenza, il weekend successivo viene dedicato ad aggiornare il sistema operativo del computer, installare un software di registrazione decente e poi, nella migliore delle ipotesi, a mettere giù le tracce della batteria.
nella migliore delle ipotesi” si traduce velocemente in “la prossima settimana” quando all’ennesimo crash del sistema decidi che il prossimo che ti consiglia di passare al mac perché non si pianta mai lo prendi affettuosamente a calci in culo.
i lavori procedono spediti, quattro ore a testa, un’etica del lavoro che non consideravi possibile. inizi a scattare foto un po’ per documentare tutto il procedimento, un po’ per non addormentarti.
la tentazione si fa avanti subdola, prima è un’idea che si annida dietro la testa e poi poco alla volta si fa sempre più presente: sta venendo tutto abbastanza bene, perché non andare a registrare le voci e fare il mixaggio in uno studio serio?
(già, perché?)
e così la settimana successiva ti ritrovi a cuffie in testa davanti a un microfono da tremila euro. hai quasi paura ad avvicinarti o urlare troppo, hai quasi paura che sottolinei ogni singola imperfezione… no, aspetta. hai paura. una paura fottuta e basta.
tutto sommato si scioglie in fretta. quando senti il risultato ti ritrovi a farti palleggiare dal dubbio, indeciso se pensare che con gli anni hai smesso di fare il perfezionista o se invece è andato tutto liscio e rilassato come sembra (o una combinazione delle due).
vi guardate in faccia mentre ascoltate le tracce nude e crude. ok, si mixa e via. quanto ci vorrà mai, sono quattro canzoni…
(già, quanto ci vorrà mai?)
dopo due settimane la pazienza inizia a scarseggiare. la vita che fai è alzarti, andare a lavorare, uscire alle 18, chiuderti in studio senza passare da casa e senza cenare, sentirti dire “a mezzanotte abbiamo finito”, uscire dallo studio alle 2 quando va bene. non vedere la luce del sole. sentire lo stesso brano per ore di fila. valutare se è meglio il riverbero campionato in una cattedrale o quello del cestello della lavatrice. scegliere se filtrare la voce in un citofono piuttosto che in un telefono piuttosto che in un megafono piuttosto che in un sailcazzocosafono.
non sarebbe un problema enorme, se non fosse che nel frattempo, di giorno, la tua vita va avanti. bastano due telefonate a metterti di fronte all’idea che metà del progetto che hai meticolosamente steso nei mesi precedenti sparisce con un rumore di sciacquone. quindi quelle ore fra le 8 e le 18 le passi davanti a tonnellate di libri e articoli, ad inventarti un’idea nuova, a incastrarla in quello che hai già fatto e poi a rimirarla pensando “ehi. funziona”.
nel frattempo, ti accorgi che ti piacerebbe diventare d’acciaio. almeno avresti una scusa decente per le stronzate che spari alle persone che ti circondano. invece così ti ritrovi ad allontanare nel giro di una settimana tre delle persone che ritenevi fondamentali senza nemmeno accorgertene. ci vorrà un’altra settimana per recuperarne una. ci vorrà un mese per recuperarne un’altra, e una serie di tocchi di diplomazia e di psicologia sociale da parte di chi vi circonda.
(al momento la terza risulta ancora dispersa, le previsioni non parlano di schiarite ma sei abbastanza ingenuo/stupido/sailcazzocosa per pensare che sia semplicemente una pausa fisiologica e che alla fine, quando si abbassa il polverone la traccia di punti luminosi resta visibile.)
ah. ovviamente il tempo continua a scorrere. il che non sarebbe una cosa preoccupante in sé e per sé, se questo non significasse che qui, signore e signori, è ufficialmente arrivata l’estate. riprendi il tuo sgabello al Bodeguilla come se nulla fosse, riprendi la vita dei weekend in cui dormi meno che durante i giorni di lavoro. un sabato mattina ti svegli in macchina col cellulare che suona, sono le 9.37 e qualcuno ha pensato che fossi morto (mentre invece eri solo parcheggiato).
tutto questo ricade ancora nel famoso frattempo di cui sopra. già, perché parallelamente la vita da doppio lavoro non è finita. ci vogliono ancora ore, poi giorni, poi un paio di settimane per arrivare a mettere le mani su un dischetto argentato che porta stampate le parole “fine (e che cazzo)”.
un po’ alla volta, la vita ricomincia a sembrare normale. riesci a organizzare un altro volo verso l’impero britannico, altri quattro giorni in cui riprendere a respirare normalmente. anche se piove e c’è un vento che neanche a trieste, anche se la cattedrale di Canterbury continui ad averla vista solo dall’esterno, anche se quando sali sul London eye non si capisce se attorno il sole stia tramontando o no. sinceramente, non importa. c’è altro da vedere e sentire.
un po’ alla volta, il lavoro ricomincia a sembrare normale. spedisci una mail a un nome che avevi sempre e solo letto nei libri, e quel nome ti risponde dopo tre giorni. giusto per dirti che sì, ok, ti aspettiamo qui in Kansas il prossimo ottobre. non hai più una paura fottuta adesso.
una sera torni a casa e riapri il browser a un indirizzo di cui ti eri un po’ dimenticato. ops. non ti eri accorto che – sempre in quel famoso frattempo – ti era sparita la voglia di scrivere. qualcuno ti fa notare che così non si fa.
è notte inoltrata, hai passato la sera fra un paio di mojito, un dvd di un concerto e discorsi troppo seri per essere giovedì. ti risuonano ancora nelle orecchie le parole che hai canticchiato fino a qualche minuto prima.
Listening to you I get the music
Gazing at you I get the heat
Following you I climb the mountain
I get excitement at your feet
fai due più due con i messaggi che hai letto da poco, e improvvisamente i conti tornano. pensi a qualcuno che ti dice che si vede quando fai qualcosa che ti piace, e sorridi. pensi anche a quel dischetto argentato, e sorridi. qualcosa fa click.
non so se ripassa qualcuno, ma direi che mi siete un po’ mancati.
 
P.S.: il frutto delle mie ore di sonno mancate adesso è qui. attendo di essere sbeffeggiato.

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martedì, 08 novembre 2005

world leader pretend

generalmente non canto sotto la doccia. mi perdo a correre dietro ai pensieri (con grande gioia delle compagnie che erogano acqua e gas), ma cantare quasi mai. stasera mi sono ritrovato a rincorrere un pensiero particolarmente fastidioso e le parole sono partite quasi in automatico.
I sit at my table and wage war on myself
it seems like it’s all, it’s all for nothing
I know the barricades
and I know the mortar in the wall breaks
I recognize the weapons
I’ve used them well
this is my mistake
let me make it good
I raised the wall
and I will be the one to knock it down
I’ve a rich understanding of my finest defenses
I proclaim that claims are left unstated
I demand a rematch
I decree a stalemate
I divine my deeper motives
I recognize the weapons
I’ve practiced them well, I’ve fitted them myself
it’s amazing what devices you can sympathize, empathize
this is my mistake
let me make it good
I raised the wall and I will be the one to knock it down
reach out for me
hold me tight
hold that memory
let my machine talk to me
this is my world and I am world leader pretend
this is my life
this is my time
I have been given the freedom to do as I see fit
it’s high time I razed the walls that I’ve constructed
it’s amazing what devices you can sympathize, empathize
this is my mistake
let me make it good
I raised the wall and I will be the one to knock it down
you fill in the mortar
you fill in the harmony
I raised the wall and I will be the one to knock it down
il cd è scivolato altrettanto automaticamente nel lettore una volta tornato in camera e al momento non ne vuole sapere di uscire. stasera sono abbastanza di cattivo umore per sentirmi le suddette parole addosso come un vestito fresco di sartoria.
non ho mai nascosto di proteggermi dietro le parole. se sai costruire una frase abbastanza elaborata la maggior parte delle persone si stancherà di leggerla prima di finirla, e ammesso che la finisca probabilmente avrà esaurito la voglia di decifrarla. ovviamente c’è qualcuno che non ha bisogno di decifrare nulla, ma stanno comodi sulle dita di una mano e sono quelli che sono abbastanza abituati a vedermi mentre provo a diventare capace di essere una creatura sociale (sociale, non socievole) da aver chiarissimo di cosa sto parlando dopo nemmeno due parole.
a volte mi viene quasi da pensare che questo stesso mostriciattolo non sia altro che un modo di comunicare come mi sento alle persone che conosco meglio, ricamando il tutto a sufficienza per soddisfare la mia grafomania. i momenti in cui sto bene, i momenti in cui soffro. le cose per cui mi esalto. le cose che non hanno nessun significato. i pretesti per discutere. le discussioni mai terminate faccia-a-faccia.
non so. mi rendo conto che il proteggersi costantemente, il tenersi sempre a distanza di sicurezza non è un atteggiamento produttivo, ma non riesco sempre a fare di meglio… e mi verrebbe quasi da dire che non voglio.
forse sono eccessivamente esigente con le persone che mi circondano. del resto un’altra cosa di cui sono sicuro è che potrei piazzarmi bene ad un eventuale campionato mondiale di errori di valutazione… ma tant’è. finisco sempre per aspettarmi che l’atteggiamento che ho nei confronti di una persona debba essere ricambiato. oppure mi illudo che i suoni che escono da quella curiosa apertura immediatamente sotto il naso debbano trovare un qualche riscontro con le azioni che compie il resto del corpo.
incoerenza, contraddittorietà, ipocrisia. e alla fine mi scopro intollerante anche quando non si tratta di nessuna di queste tre, ma solo di incapacità a sostenere un personaggio creato per essere socialmente desiderabile. alla fine tutti si costruiscono un personaggio, una maschera da mostrare. a nessuno piace apparire imperfetto, sai che novità. il problema è quando la maschera diventa troppo pesante.
ecco. quando la maschera cade, quando ti vedo bene e non te ne accorgi, quando ti senti ancora in grado di reggere il gioco ma in realtà si vede tutta la tua piccolezza. ecco, quello è il punto in cui non ti sopporto.
lo so, post confuso e vagante (hello, I’m sorry I lost myself, tanto per chiudere un cerchio) ma dopo la giornata di oggi mi sento un bicchiere che sta traboccando. non necessariamente verso tutto in modo ordinato in un altro recipiente.

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venerdì, 28 ottobre 2005

lettera aperta all’uomo della delta gialla

caro uomo della delta gialla,
(o almeno, suppongo che tu sia un uomo, considerato che da tempo immemorabile l’unica lancia che ha trovato riscontro nel pubblico femminile è la y10 e tutti i suoi derivati).
non è la prima volta che succede, sai? anzi, ormai la cosa sta iniziando a ripetersi con una frequenza inquietante.
immagino che tu ti stia domandando di cosa sto parlando… beh, ecco. tutte le volte che arrivo al centro commerciale di cesena la tua macchina è sempre lì, subito dopo il cancello d’ingresso. e non sei uno dei dipendenti, questo l’ho capito… altrimenti sfrutteresti l’apposito parcheggio. e invece non usi nemmeno quello per i clienti, la tua auto è semplicemente lì, fuori da ogni riga sull’asfalto, come se facesse parte dell’arredo esterno del centro assieme alle vasche con le piante e i carrelli della spesa. ed è sempre la tua, ormai ho imparato la targa a memoria.
e non è successo solo due o tre volte, sai? se la questione fosse in questi termini non starei qui a scrivere… non me ne preoccuperei nemmeno.
se le prime volte che è accaduto tendevo a riderci sopra, adesso mi interrogo.
mi interrogo sul rapporto tra destino e casualità, tra fato e fortuna. e mi domando se prima o poi avrò la possibilità di vederti in faccia.
sì, perché la tua auto è lì ma tu non ci sei mai. ti confesso che la combinazione di questi due fattori a volte mi fa sentire come se fossi in un film a metà strada tra Il giorno della marmotta e Duel, tra la ripetizione costante e parossistica della stessa serie di eventi e l’antagonista senza volto che assume una valenza quasi metaforica. sì, ok, in Duel il camion non era inesorabilmente fermo ma inseguiva altrettanto inesorabilmente l’auto del protagonista, ma non stiamo a sottilizzare.. sto cercando di dare un senso epico alla cosa.
(e sì, ok, Il giorno della marmotta in realtà si chiamerebbe Ricomincio da capo, ma trovami almeno dieci persone che se lo ricordano con il vero titolo italiano e ti offro da bere, davvero.)
e poi quel colore… giallo. non è esattamente un colore anonimo. si presta ampiamente a fare da schermo su cui proiettare simbolismi assortiti. un angelo? un demone? un caronte che traghetta le anime perse in un inferno consumistico? cesena è l’inferno, io sono morto e me ne sto lentamente rendendo conto? cazzo, shyamalan ci farebbe i soldi con un’idea così…
io non so esattamente chi sei. anzi, ad essere precisi non so esattamente cosa sei. ma c’è una cosa di cui sono assolutamente sicuro.
puoi essere un'allegoria, una metafora, un’epifania, un deus ex machina, un coro greco per i miei acquisti... qualsiasi cosa. ma se anche la prossima volta che arrivo sei lì a bloccare quel cazzo di ingresso con quel catafalco di macchina inguardabile giuro che scendo con un cacciavite e ti faccio degli sportelli che li potresti rivendere a un antiquario come rarissime lamiere rococò.

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lunedì, 10 ottobre 2005

jetlag

decidere di partire per Londra si è rivelato molto più facile di quanto non fosse mai stato. e stavolta – incredibile – oltre a decidere mi sono anche preso il lusso di metterlo in atto.
(sì, perché non è che sia mai stato un campione sui colpi di testa. ma tant’è. sono sempre stato un perfetto control freak. tutto programmato. nessuna sbavatura. nessun margine.)
così in un weekend ho accumulato una serie di immagini che farò fatica a dimenticare.
il sapore della toccata e fuga inaspettata mescolato con quello del viaggio totalmente in solitaria.
riallineare parole e persone senza mettere in mezzo telefoni, email, messenger o quant’altro, ma solo uscendo dalla metro a Piccadilly e guardando verso la fontana.
St. James’s e gli scoiattoli più arroganti della storia (e i pellicani più finti).
Leicester Square, sabato sera. “sono le nove e sono già tutti sbronzi”.
un sole che neanche qui ad aprile.
hmv e virgin aperti fino a mezzanotte.
la colazione da starbucks e Damien Rice che esce dalle casse.
non avere senso dell’orientamento e riuscire a dare indicazioni lo stesso.
trovarsi per caso dove John Lennon ha fatto una foto semistorica e avere addosso una borsa con i Beatles stampati sopra, la guida che ci avvista e insiste perché ci fermiamo ad ascoltarla anche se non siamo del gruppo.
duecento foto in due giorni.
l’autobus di notte.
dormire in aeroporto, il privilegiato di fronte a me ha trovato due seggiolini senza il bracciolo in mezzo.
presentarsi in presunto ritardo ai controlli di sicurezza e correre al gate con la cintura in una mano e l’altra a reggere i pantaloni – e ovviamente, arrivare e scoprire che non sono nemmeno lontanamente vicini all’apertura dell’imbarco.
atterrare a forlì alle dieci e qualcosa, e dopo mezz’ora essere in studio a cesena pronto ed effettivo. con un leggerissimo senso di disorientamento e l’impressione che forse ho solo sognato tutto.
o forse no.

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venerdì, 07 ottobre 2005

interno notte

stasera non va. stasera – per dirla con i Suede – le parole che usi reagiscono come sostanze chimiche. ogni frase innesca una combustione e ogni tentativo di controllo successivo non fa altro che amplificarne l’effetto, generando una serie di esplosioni a catena dalla quale si potrebbe uscire in modo indecoroso ma efficace tenendo schiacciato un pulsante.

(oppure è semplicemente un domino, e qualcuno ha dato una spinta alla prima tessera. corri pure, ogni volta che ti sembra di averlo fermato in realtà hai solo accelerato il procedimento.)

l’orlo dei jeans bagnato, a forza di strisciare sulla strada sotto la pioggia. le cinquantacinque foto fatte, le cinquanta foto scartate. le sigarette che da dopo pranzo a stasera si sono già messe più comode nel pacchetto. lo sguardo innervosito di caffeina che controlla i lampi fuori dalla finestra. non capisco da che parte del telescopio sono finito.

we can’t keep your interest now
increasing pixels and sound

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martedì, 27 settembre 2005

this station is non-operational

sostanzialmente non è che mi sia tornata in modo impellente la voglia di scrivere, ma negli ultimi giorni settembre si sta trascinando come un cane stanco e la sensazione di fondo, in generale, è quella di chi ha perso il momento buono per saltare al volo sulla ruota panoramica, e adesso aspetta il prossimo giro.

è un mese in animazione sospesa, l’estate è finita da un giorno all’altro e con un secco rumore di frenata. abbiamo continuato a correre a testa bassa ed è come se tutto a un tratto ci fossimo accorti che ci hanno tolto la scenografia da dietro le spalle. e adesso ce ne restiamo un po’ qui, fermi, a rifiatare davanti a uno sfondo bianco e indecisi sul da farsi.

a lot goes on
but nothing happens

(ho progettato un setting invernale che non vedo l’ora di incorniciare e appendere per ricominciare a correre, fatto di pomeriggi resi malinconici a forza di fotografare cieli e lampioni, weekend inglesi a spalle strette dentro il cappotto, maglioni a rombi, concerti da vedere che si incastrano con quelli da fare, un’idea di lavoro che finalmente si sovrappone a quella di passione. il problema è che evidentemente la ditta ha avuto problemi con le ordinazioni e i tempi di consegna stanno diventando lunghi in modo snervante.)

così adesso mi accontento e resto qui con l’atteggiamento del dardo caricato nella balestra, muscoli contratti e leggermente indolenziti, a rimettere su i cd più autunnali che ho sperando che accelerino il processo, e a fare i conti col settembre che arriva dopo l’estate migliore in cui potessi sperare.
un po’ come alzarsi al cinema dopo i titoli di coda di un film che ti è inaspettatamente piaciuto, e nessuno ha voglia di andare a bere qualcosa prima di tornare a casa.

ci siamo girati, e cosa abbiamo visto?
tutti i nostri sussurri e trasparenze

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14:38 / p-link / transatlanticismi, simple props to occupy my time / commenti (25)

mercoledì, 31 agosto 2005

postulato n. 3

chi sbaglia paga
non paga solo chi sbaglia con metodo
(Mambassa – Alice non si sveglia)

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01:52 / p-link / simple props to occupy my time / commenti (4)

mercoledì, 10 agosto 2005

the district is sleeping

ops, è vero. ho un blog.
l’uomo della luna saluta i quattro affezionati lettori (non è manzoniano, sono quattro sul serio) perché se dio o chi per lui vuole sono in ferie estensive e la voglia di scrivere latita. forse arriveranno scarsi e brevi interventi. qualche postulato, magari, perché la teoria continua a svilupparsi.
la sveglia è nel cassetto.
il bodeguilla è popolato fino a tardi anche di martedì.
i giri a bologna sono esauriti.
giocare a beach volley fino alle 8 di sera non significa più “fare tardi”.
e anche ascoltare i Postal Service adesso prende un aspetto diverso. era più o meno quest’ora quando circa un annetto e mezzo fa ho intercettato un video affascinante, una delle rarissime volte in cui le immagini rendevano la stessa sensazione che arrivava dai suoni. una freddezza formale che non riusciva a nascondere e trattenere una serie di pulsazioni fin troppo umane.
I am thinking it’s a sign that the freckles
in our eyes are mirror images and when
we kiss they’re perfectly aligned
And I have to speculate that god himself
did make us into corresponding shapes like
puzzle pieces from the clay
And true, it may seems like a stretch, but
it’s thoughts like this that catch my troubled
head when you’re away when I am missing
you to death
When you are out there on the road for
several weeks of shows and when you scan
the radio, I hope this song will guide you
home
They will see us waving from such great heights
”come down now”, they’ll say
But everything looks perfect from far away
”come down now”, but we’ll stay…
I tried my best to leave this all on your
machine but the persistent beat it sounded
thin upon listening
And that frankly will not fly, you will hear
the shrillest highs and the lowest lows with
the windows down when this is guiding
you home
They will see us waving from such great heights
”come down now”, they’ll say
But everything looks perfect from far away
”come down now”, but we’ll stay…
ho cercato l’album. ci sono cascato dentro in pieno. ci sono rimasto dentro e non accenno a uscirne. mi ha fatto da cuscino quando è servito. mi ha dato un nome per questo piccolo mostro. suppongo che continuerà a girarmi dentro, facendo danni e riparandone altri.
saluti, baci e abbracci. torno a occuparmi dell’estate. a interpretare comunicazioni per gli amici. a ridere della stupidità di chi pensa di avere capito qualcosa quando invece non sa nemmeno da che parte comincio. a stupirmi del tempo che ho perso a inseguire qualcosa che sembrava sicurezza e invece era sabbia negli occhi.
e sostanzialmente, a tornare a casa sorridendo.
il prossimo mojito è alla vostra. tanto con tre dei quattro lettori me lo bevo allo stesso tavolo.
don’t wake me
I plan on sleeping in

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02:26 / p-link / simple props to occupy my time, a gentile richiesta / commenti (20)

lunedì, 25 luglio 2005

I'm definitely not drinking tea

holy shit. cinque giorni, due voli, due treni, tre cene tipiche, due cene messicane (?), un convegno internazionale, molte chiacchiere, svariate sessioni inutili e innumerevoli rotture di palle dopo, ho rimesso piede sul suolo italiano.
e ieri sera ripassare con la bici sul lungomare dopo una settimana di freddo autunnale quasi non sembrava vero.
e sono bastati cinque minuti per accorgermi e stupirmi di una cosa. ho conosciuto dottorande, studentesse, ricercatrici e docenti che arrivavano da tutto il mondo, e al di là dell’arricchimento culturale e intellettuale che deriva dalla cosa adesso il mio senso estetico sta gridando vendetta.
perciò perdonatemi se mi lascio andare a tre minuti da animale – o da maschio stereotipico, come direbbero le mie colleghe – ma adesso non ne posso più di t-shirt da battaglia, pantaloni sformati e scarpe comode e funzionali. adesso qui è estate sul serio. non pensavo che l’avrei mai detto, ma ho voglia di vedere tacchi alti, gonne strette e pantaloni a vita bassa.
summer reloaded mode on.

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14:02 / p-link / simple props to occupy my time, not a job / commenti (12)

i R.E.M., suonare, mangiare cinese, il cinema, mangiare thai, internet, girare in bici, comprare cd, perdere tempo al centro commerciale, stare all'università, leggere, il geekPod, Angelina Jolie, Lamù, Uma Thurman, le cravatte, le camicie strette, le adidas superstar, passare inosservato, gli Smiths, il bianco e nero, vedere i Simpson anche se ormai li conosco a memoria, gli 80s seri, gli 80s sputtanati, il flaming gratuito, i Pixies.

imparare HTML, le recensioni snob di Pitchfork, i blog che si piangono addosso, i blog gotici, i blog letterari, chi commenta sui blog per abbordare, le suicide girls, quattro irlandesi senza idee che fanno politica no global così la gente compra i cd per la causa e non ascolta (perchè la gente è stupida), il service pack 2, la sveglia a qualunque ora, chi si sente in colpa per farti sentire in colpa e sentirsi meno in colpa, le passeggiate inutili la domenica pomeriggio.

www.flickr.com
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1. Built To Spill - Center of the universe
2. Armor for Sleep - The truth about heaven
3. Editors - Munich
4. Snow Patrol - Headlights on dark roads
5. Silent Drive - The punch
6. The Futureheads - Fallout
7. At The Drive-In - Lopsided
8. Idlewild - I understand it
9. Toad The Wet Sprocket - Come down
10. AC/DC - You shook me all night long

StregaCannella in guardabarre anonimi

all movie guide
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blu in faccia
bolinarossa2002
cmj
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